Sam Amidon

Samuel Amidon, classe ‘81 originario del Vermont, è figlio di musicisti (il padre e la madre portano avanti il progetto traditional folk The Amidons). La musica però è solo una delle sue attitudini. Oltre a disimpegnarsi con fiddle e chitarra, è infatti cartoonist, videomaker e attore. Affinata la tecnica violinistica (tra gli esperti insegnanti, l’ex-Sun Ra Billy Bang, Mark Feldman e il maestro dell’improvvisazione Leroy Jenkins), debutta a soli tredici anni nel trio etno-folk Popcorn Behavior, assieme al fratello Stefan (rampante batterista decenne) ed al coetaneo Thomas Bartlett, pianista di formazione classica. La band licenzia tre album in tutto, prima di divenire un quartetto con l’ingresso del chitarrista e cantante Keith Murphy, ribattezzandosi per l’occasione Assembly, anche per marcare una nitida svolta avant folk.

Intanto Sam inizia a escogitare strategie proprie. Nel 2000 pubblica Solo Fiddle, album il cui titolo dice tutto, mentre tre anni più tardi licenzia un Home Alone Inside My Head dove s’avventura nell’ineffabile territorio dei fields recordings intercalati di sperimentazioni elettroniche. Ma il passo decisivo coincide con il coinvolgimento nell’ensemble newyorkese degli Stars Like Fleas, formidabile dozzina (circa) di talenti dediti ad un palpitante neo-pop-jazz-psych. Il loro Sun Lights Down On The Fence (Præmedia, 2003) fa il botto presso i cultori dell’avant più inafferrabile, ma per Sam è solo un bel capitolo di un libro che s’ispessisce ad un ritmo formidabile. Risponde infatti alla chiamata del fido Bartlett per allestire il quintetto Doveman, il cui The Acrobat (Swim Slowly Records, 2005) diventa un piccolo caso tra i cultori del più trepido indie-folk. A questo punto per Sam gli eventi siinfittiscono. Intanto occorre segnalare l’esperienza da attore in American Wake di Maureen Foley, film premiato alla Convention nazionale dei democratici, la cui soundtrack è affidata agli Assembly.

Si verificano quindi un po’ di movimenti che influiranno nella futura carriera di Sam: nel 2005 Bartlett raggiunge gli Stars Like Fleas in tour; nel 2006 gli Stars Like Fleas registrano il nuovo album in Islanda, avvalendosi dei servigi del musicista sperimentale australiano Ben Frost e dell’ormai lanciatissimo producer Valgeir Sigurðsson (Bjork, Sigur Ros, Múm e Will Oldham), per la cui etichetta Bedroom Company nel 2007 esce Speaks Volumes, debutto solista per il giovane compositore di classica e soundtrack Nico Muhly. A questo punto prende vita il progetto Samamidon, da un’idea di Sam ormai in grado di spendere la faccia e giocare le proprie intenzioni/intuizioni fino in fondo. Ovvero, affrontare il repertorio tradizionale appalachiano alla luce di un neo folk allampanato, sghembo, trepidante come un Will Oldham giovane. Per confezionare il debutto di questo nuovo corso But This Chicken Proved False Hearted (Birdwar Records, giugno 2007) chiama il solito Bartlett.

Gli esiti sono ottimi: se Tribulation è l’emblema delle vibrazioni spettrali, del maldicuore senza tempo, a sorprendere è una “intrusa”, quella cover di Head Over Hills – pezzone pescato dal celeberrimo Songs From The Big Chair dei Tears For Fears – la cui spersa doglianza fa ripensare all’analogo trattamento inferto da M Ward alla bowieana Let’s Dance. Neppure il tempo di digerire il party di presentazione del disco, che Sam si trova impegnato a sfornare il seguito. La location è l’Islanda. Il complice è Nico Muhly. La supervisione è di Sigurðsson. L’album è All Is Well (Bedroom Company, ottobre 2007). Tutto repertorio folk tradizionale, serafiche mestizie d’archi e discreti ricami elettrici/elettronici, un’interpretazione che ammicca sconfinata malinconia con flemma allampanata, col piglio da consumato performer però senza l’esausto bagaglio emotivo del performer consumato. Nel frattempo sono arrivati il nuovo Stars Like Fleas – The Ken Burns Effect (Talitres Records, settembre 2007) – ed il secondo capitolo di Doveman, With My Left Hand I Raise The Dead (Brassland Records, ottobre 2007).

Dopo questa raffica di uscite passano tre anni prima di I See The Sign (Bedroom Community, aprile 2010), ancora prodotto da Sigurðsson e con la presenza tra gli ospiti di Muhly, Ben Frost e di una sorprendente Beth Orton (con la quale si unirà presto in matrimonio). Il folk va a stemperarsi con elementi nordici e cameristici, alimentando un trasporto vaporoso tra suggestioni gospel e tentazioni jazz. Una calligrafia intensa e misurata, quasi premurosa, che ricorda l’approccio per sottrazione degli ultimi Talk Talk ed il garbo spiegazzato di Will Oldham. Passano ancora tre anni prima del successore Bright Sunny South (Nonesuch, maggio 2013), che spinge la formula verso una sintesi ancora più trepida e apparentemente fragile tra istanze contemporanee e tradizione folk. Alla produzione torna Bartlett, mentre come tecnico del suono viene scelto l’esperto Jerry Boys (R.E.M. e Vashti Bunyan nel repertorio).

Cercando una quadratura difficile tra sperso intimismo e carnosità terrigna, il programma evoca suggestioni Mark Kozelek, Jason Molina, Nick Drake e persino John Martin, permettendosi di annoverare tra gli ospiti il grande trombettista Kenny Wheeler e tra le cover un pezzo di Mariah Carey nientemeno. E’ un gioco affascinante ma rischioso, che a furia di smarcarsi dai cliché potrebbe confinare il Nostro nel ghetto degli autori di culto che nessuno ascolta. Come scrive Solventi in sede di recensione, “dove lo metti uno così, né nostalgico né post-moderno, coi suoi intrecci caldi ma striminziti di particelle elementari folk, country, blues e jazz? (…) Probabilmente il merito maggiore di Sam Amidon sta nel tenere al centro con determinazione la figura – stavo per scrivere l’idea – del musicista/interprete. Disarmato, quasi nudo, persino vulnerabile, ma un libro aperto di passione e inquietudine“.

Ad agosto 2014 viene annunciato per fine settembre il nuovo album, Lily-O. Pubblicato ancora per Nonesuch, vede il ritorno come producer di Valgeir Sigurðsson, mentre tra gli ospiti spicca la presenza di Bill Frisell, che potrebbe far presupporre una più netta deviazione in area jazz, anche se il singolo Walkin’ Boss calca con baldanza e senza indugi country folk resinoso.

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