Shabazz Palaces (US)

Biografia

Etno-psichedelie esplorative ed astratte

Nati nel 2009 a Seattle, gli Shabazz Palaces sono uno dei collettivi, forse il collettivo, più acclamato/i e affascinante dell’ala sperimentale e arty del hip hop d’inizio anni ’10. All’opposto rispetto all’aggressività e alla fisicità di act ugualmente radicali e avvincenti come Death Grips e Clipping, il duo formato da Ishmael Butler, ovvero Palaceer Lazaro, e dal multi-strumentista Tendai ‘Baba’ Maraire, si è imposto per un sound esplorativo ed astratto, ondivago, afrofuturista, etnico e psichedelico assolutamente originale. La critica, fin da principio, lo ha associato al periodo più fertile dell’etichetta indie hip hop Anticon, cLOUDDEAD in testa; indubbia, inoltre, la discendenza dal jazz rap dei Diagable Planets e dal funk sinistro di Cherrywine, entrambe formazioni, rispettivamente primi 90s e 00s, di cui Palaceer Lazaro – che una volta si faceva chiamare Butterfly e/o Ish – era parte. Importante sottolineare il contributo di Maraire che, oltre a suonare lo strumento dell’indimenticato padre (Dumisani Maraire, maestro di Mbira), ha introdotto negli Shabazz Palaces una serie di strumenti tradizionali della terra natale, lo Zimbabwe, svincolando anche alcuni arrangiamenti dalle tipiche strutture – tempo, strofa/ritornello – di molto hip hop. Da non dimenticare anche le reminescenze più spacey e freak dell’universo Clintoniano (Funkadelic su tutti).

Gli Shabazz Palaces esordiscono, nel 2009, con due misteriosi EP dalle copertine caratterizzate da simboli e lettere arabe: Eagles Soar, Oil Flows e The Seven New accreditati rispettivamente a Shabazz Palaces e Of Light nel 2009). Palaceer Lazaro viene presto riconosciuto come una delle voci dei Diagable Planets ma il rapper mantiene sul progetto uno stretto riserbo. Evita interviste e fotografi fino alla firma su Sub Pop e alla pubblicazione dell’esordio Black Up. Per l’etichetta che fu faro del grunge rappresenta il primo album trattato in quest’area. E il lavoro, ampiamente osannato dalla critica, mette sulla mappa il collettivo come act cruciale in grado di mescolare il rappato di Butler – rime astratte, mistiche, a volte descrittive calate in un contesto suburbano black – in un imprevedibile, sempre generoso, dedalo di incastri tra jazz, soul, funk, etno-folk, psych e sintetiche spacey che si avvalgono di basi, campioni e del contributo all’mbira e alle percussioni primitive del numero due del progetto, Tendai Maraire. Tra gli ospiti del lavoro, il duo THEESatisfaction di Cat Satisfaction ovvero Catherine Harris-White (presente in Endeavors For Never (The last time we spoke you said you were not here. I saw you though) e Thee Stasia (rapper della conclusiva Swerve… The reeping of all that is worthwhile (Noir not withstanding)), duo che firmerà l’esordio awE naturalE, sempre su SubPop, l’anno successivo. Tre anni più tardi, a fine luglio 2014, il duo torna con Lese Majesty, un album, autoprodotto e mixato ai Blood at Protect e agli Exalt Labs di Seattle, che procede lungo le stesse linee guida dell’esordio e ne bissa generosità e qualità. Ospiti: ancora Harris-White dei THEESatisfaction, ma anche Erik Blood e Thadillac.

Nel 2017 arriva poi il terzo (e in realtà doppio) capitolo con il dittico Quazarz: Born on a Gangster Star Quazarz vs. the Jealous Machine. Dietro a un multimediale concept tra afrofuturismo vagamente macchiato di new age e Ultimatum alla Terra, abbiamo la solita abbuffata di riferimenti e soluzioni: echi kraut e prog rock, Kraftwerk e tribalismi etnicheggianti assortiti, deflagrazioni spacey, refusi post-jazz, synth ondivaghi e tunnel pregni di oscurità, ma anche qualche basso grondante ciccia a fare occasionalmente capolino. È una blackness nuovamente psicotropa e devastata dalle allucinazioni, debitrice verso tante storie diverse e svincolata da qualsiasi contingenza modaiola.

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