Recensioni

Non c’è niente da fare, quando ascolto un album dei National non riesco a staccarmi dalla pastorale americana di Philip Roth. Per certi versi, è come se Matt Berninger non facesse altro che aggiornare un romanzo sulla sua terra, coadiuvato da compagni di viaggio sempre più affiatati e a fuoco sulle necessità espressive del collettivo. L’ennesima dimostrazione è l’applicabilità di una frase come «tutto ciò che conferiva un significato alle sue imprese era americano» al nuovo album del quintetto.
I Am Easy To Find è allo stesso tempo una risposta all’ineluttabilità di Trouble Will Find Me e una reazione al minimalismo di Sleep Well Beast. Più nello specifico, è un disco corale in cui il bianco e nero delle copertine degli ultimi album incontra, finalmente, dei colori. Dopo aver vinto un Grammy è difficile ritrovare l’equilibrio, basti pensare che gli Arcade Fire sono finiti ad Haiti e, se non fosse stato per Bowie, non avrebbero mai portato a termine il singolo omonimo di Reflektor. I National hanno semplicemente fatto ritorno alle radici; quelle della band – flirtando con un lato confidenziale che paradossalmente prende forza da un nutrito gruppo di voci (Gail Ann Dorsey, collaboratrice di lungo corso del Duca Bianco, Sharon Van Etten, Lisa Hannigan e Mina Tindle e il coro giovanile di Brooklyn) – e quelle della loro terra.
Bravi, Berninger e soci, lo sono sempre stati e lo hanno dimostrato nel tempo. Infatti, l’americana degli esordi è la matrice che ha subìto varie commistioni: dall’elettronica al rock, passando per la classica. In tutto questo, lo storytelling del decadente Matt è rimasto intatto, favorendo la costruzione di un’identità ormai riconoscibile e ben radicata. Quello che potrebbe sorprendere, semmai, è la durata di I Am Easy To Find, ma i suoi quasi settanta minuti sono giustificati dal fatto che il disco è accompagnato (o accompagna) un corto diretto da Mike Mills.
L’ottavo album in studio dei National è un quadro di Kandinskij modellato sui versi di Mallarmé: un collage più che un’opera coerente e monolitica, probabilmente perché molti brani sono stati ripescati dal cestino degli anni passati. Infine, la produzione di Mills – un non musicista e persona avulsa alle pratiche di registrazione – ha reso I Am Easy To Find un soggetto ibrido e contaminato, colorato e multi sfaccettato, ma pur sempre riconoscibile: tutto questo è già chiaro in You Had Your Soul With You, overture in pieno stile National che sembra uscita da Sleep Well Beast dopo essere stata immersa in un’esplosiva tela di Pollock.
Struggenti (Oblivions), frenetiche (Where Is Her Head), intime (Hairpin Turns), estatiche (Quiet Light): le nuove sedici canzoni di Berninger e i “suoi” fratelli non lasciano spazio a dubbi. I National stanno vivendo il loro momento d’oro, una fase ispirata sfruttata, giustamente, a pieno. I Am Easy To Find è la sublimazione del suono di Trouble Will Find Me, la cristallizzazione della compattezza di Sleep Well Beast. Ma, più di tutto, questo disco è la dimostrazione che la band, arrivata al successo matura e senza exploit da milioni di streaming (magari dopati) in pochi giorni, si trova al posto giusto nel momento giusto. Qui e ora: le parole e la voce di Berninger, le inoculazioni dei Dessner e l’impianto ritmico dei Devendorf sono lì, compatte e amalgamate in un muscolo pulsante che si è evoluto nel tempo e si è messo alle spalle i nervi e l’inquietudine, puntando dritto al cuore.
La furia ebbra di Mr November è stata limata dal tempo, diventando elegante inquietudine facilmente intercettata dai millenial eppure così tremendamente vera e realista da superare etichettature e copertine glitterate. Fedeli alla loro 4AD, i National sono gli anti-eroi di cui abbiamo bisogno in questi tempi bui. Abbiamo imparato a fidarci di questi loser, canzone dopo canzone si sono guadagnati i nostri sentimenti. E non c’è niente di più familiare di chi, raccontando la sua storia, mette in tavola le tue paure e le tue emozioni.
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