Gender gap, Grammy e music business, comparando i risultati di uno studio americano

La polemica di Bon Iver, il rifiuto di Lorde e la denuncia di Janelle Monáe. Il gender gap ai Grammy (in un dato: 90,7% dei nominati nell'ultimo lustro sono maschi) non è che il riflesso dello stato delle cose nel music business statunitense (ma anche internazionale nel suo complesso).

All’indomani dell’ultima edizione dei Grammy, la meno vista nella storia del programma – secondo Nielsen – con un calo del 24% rispetto alla serata di premiazione dell’anno precedente e un totale di 19,8 milioni telespettatori, non sono mancate critiche feroci rivolte al palinsesto o meglio alla mentalità con la quale è stato pensato negli anni. Parliamo della subalternità del premio all’industria discografica, alle performance di vendita degli artisti e, non ultimo, all’audience che a quanto pare predilige, in sede di premiazione, i medley e le collaborazioni inedite dal vivo rispetto a pericolose (per lo share) esibizioni live soliste.

Inoltre, all’interno dell’edizione in supporto al #MeToo e al Time’s Up e con la cerimonia a svilupparsi attorno a performance tutte al femminile (vedi KeshaJanelle Monáe in particolare), ha destato parecchia perplessità la scarsa presenza di queste ultime all’interno delle effettive premiazioni. In proposito, Justin Vernon, nella sua polemica Twitter, ha chiamato in causa un recente discorso del Presidente della Recording Academy, Neil Portnow, in cui in sostanza il suddetto invitava le donne a fare un bello “step up” e a intensificare la creatività, al fine di aggiudicarsi più statuette, un intervento che il frontman dei Bon Iver non ha esitato a definire un «discorso del cazzo», ricollegando la sua storia personale con i Grammy al recente caso di Lorde (nominata ma non vincitrice nella categoria album dell’anno con Melodrama), che si è rifiutata di esibirsi alla premiazione in quanto l’unica chance che le era stata riservata in questo senso era in un medley dedicato a Tom Petty. Fuori discussione la sua performance solista dunque, quando maggiore spazio è stato dedicato ai più anziani e scafati U2 e Sting.

https://twitter.com/JanelleMonae/status/957410411841835008

La scarsa presenza di donne tra le vincitrici dei Grammy è con tutta probabilità la conseguenza di un dato tutto da indagare anche sociologicamente («La gente sottovaluta il ruolo della donna nell’industria musicale», affermava qualche tempo fa St. Vincent), ma che a livello statistico emerge a un livello più ampio, e a monte, da una recente ricerca della USC Annenberg Inclusion Initiative, uno studio che ha preso in esame 600 brani estratti dalla Billboard Hot 100 tra il 2012 e il 2017 evidenziando che il problema è da indagare al di sotto della rappresentanza nelle diverse categorie degli Oscar della musica, estendendosi di fatto a tutti i campi del music biz, dalle hit ai crediti di songwriting e, peggio che peggio, alla presenza in studio di registrazione.

La ricerca evidenzia che, all’interno dell’arco di tempo analizzato, solo il 22% del campione era composto da musiciste, percentuale che scende al 12% se andiamo a guardare i crediti di songwriting e a uno schiacciante rapporto di 49 contro 1 se osserviamo il numero dei produttori donna dietro al bancone. Quest’ultimo dato è ancora più emblematico se pensiamo che non è affatto cambiato nel corso del tempo, dichiarano i ricercatori: in pratica, le poche volte che si registrano produttori donne in un singolo dai molteplici crediti di produzione, questi equivalgono alle stesse performer, un dato che circoscrive ancora di più la presenza femminile all’interno dei ranghi di questa figura professionale.

Tra i fattori mitiganti il gender gap, lo studio porta l’esempio delle performer soliste e della loro inclinazione a lavorare con songwriter dello stesso sesso, una percentuale maggiore rispetto agli uomini. All’interno di questa categoria, le top tre, ovvero Rihanna, Nicki Minaj e Taylor Swift, godono, grossomodo, dello stesso numero di hit dei corrispettivi maschili, ovvero Drake, Justin Bieber e Chris Brown. Dunque la ricerca dimostra che le artiste femmine più famose hanno una probabilità maggiore di avere dei crediti di songwriting sul loro lato, in quanto nove di loro risultano tutte famose performer. Riassumendo: se Rihanna, Minaj e Swift godono di 15, 13 e 11 crediti in questo senso (e un risultato del genere tra i maschi lo raggiunge il solo Drake), questo dato non si traduce in una complessiva maggior incidenza delle songwriter donne nel music business in generale. I Grammy non sono che una conseguenza di questo stato di cose.

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