Tanti artisti le vogliono, ma non può arrivare un imposizione dall’alto. È il pensiero del vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, in merito alla proposta di legge sulle quote obbligatorie di musica italiana nelle radio nazionali, avanzata negli scorsi giorni da Alessandro Morelli, presidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera. «Il progetto – ha dichiarato in mattinata Salvini a RTL, riporta TgCom24 – c’è ed è richiesto da tanti artisti italiani, ma non sarà il Parlamento a decidere che musica va in onda sulla radio. È un invito che vale anche per i ragazzini che giocano a calcio nelle giovanili, il governo non può imporre niente, ma se come in altri paesi europei ci fosse più attenzione, disponibilità e apertura per gli artisti italiani, i musicisti italiani e i calciatori italiani sarebbe anche un bene per la nostra cultura e lavoro in più. Ogni radio però si fa i suoi palinsesti e ognuno ascolta la musica che crede».
Insomma, Salvini si mostra favorevole al contenuto della proposta – quindi a una maggiore quota di musica italiana nelle nostre radio – ma contrario a una legge che imponga la programmazione musicale (termine esatto, palinsesto è altra roba…) ai network. Un parere condivisibile dal momento che proprio la velleità di condizionare in maniera autoritaria le scelte dei programmatori – in particolare quelli che operano per emittenti private e non statali – rappresenta uno degli aspetti più critici e discutibili del progetto legislativo. La proposta, firmata da Morelli assieme a una manciata di deputati, tra cui Capitanio, Cecchetti, Fogliani, Giacometti e Zordan, prevede che le emittenti radiofoniche, nazionali e private, riservino almeno il 33% della programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana (1 brano ogni 3) e che almeno il 10% della stessa venga riservata alle produzioni di artisti emergenti e piccole case discografiche. A vigilare sul rispetto della normativa penserebbe l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che, a fronte della reiterata inosservanza, avrebbe la facoltà di sospendere l’attività delle radio da un minimo di otto ad un massimo di trenta giorni. Ed è questo il punto che più spaventa del disegno legislativo: condizionare, con tanto di obblighi, quote e sospensioni, la libertà editoriale e l’attività dei mezzi di comunicazione è lo strumento peggiore per favorire la crescita musical-culturale del paese.
Riferendosi al caso francese, il leader della Lega ha proseguito: «Mi piacerebbe che venisse su spontaneamente, come fare la spesa è un atto politico e comprare e mangiare prodotti italiani non lo puoi imporre per legge, ma fa bene alla salute perché i nostri prodotti sono controllati e tutela il nostro lavoro. La musica è bella perché è varia e ognuno ascolta quello che ritiene, ma se ci fosse più spazio per i nostri ragazzi sarebbe un bene per tutti». C’è poi da discutere sull’effettiva presenza della musica italiana nelle radio del nostro Paese. Tra grandi classici della canzone, big del mainstream nazionalpopolare e nuove proposte targate it-pop, sembra proprio che il patrimonio di produzioni nazionali non venga affatto trascurato dai programmatori. Sulla base del rendicontato dalle radio nazionali fornito dalla Società Consortile Fonografica – pubblicato da Rockol e relativo al 2017 (il 2018 è ancora in fase d’analisi) – «l’effettiva percentuale di trasmesso relativo al repertorio italiano è del 31,98 % mentre per quanto riguarda le radio locali, la media è del 32,4%.». Non siamo lontani dal 33% proposto da Morelli ma, attenzione, il dato – fa notare il portale – è sporcato dalla presenza di emittenti che riproducono solamente musica italiana. Radio Italia ne è l’esempio lampante mentre emittenti comee RDS, Radio Deejay e Radio 105, sono tutte al di sotto del 33% con l’eccezione di Rtl 102.5 – dati alla mano riportati dall’agenzia AGI – che si attesta al 45,2 %.
Proprio Lorenzo Suraci, direttore del network RTL, era intervenuto su queste pagine lo scorso anno, all’interno di una nostra inchiesta partita da una simile proposta di quote radio lanciata dell’ex ministro Franceschini. «Sulla nostra emittente – dichiarava – diamo spazio a tutti gli artisti e la musica italiana è sempre molto presente in palinsesto con percentuali importanti. In senso assoluto non è concepibile dare obblighi e imposizioni editoriali, a maggior ragione quando si parla di realtà private che non godono di alcun tipo di finanziamento statale». Discorso che non fa una piega. Dal nostro survey era inoltre emersa una notevole richiesta di attenzione da parte delle radio nei confronti degli artisti e delle etichette indipendenti, piuttosto che verso la musica italiana. Ma, lo ribadiamo ancora una volta, anche in questo caso, è complicato dover ricorrere a imposizioni, soprattutto se orientate a emittenti private rivolte a un target di pubblico variegato e generalista (diverso il caso della Rai che svolge un servizio pubblico deputato alla crescita culturale del paese).
D’altro canto la presenza di format mirati certo non manca: pensiamo a Musical Box di Raffaele Costantino su Radio 2 – non più a cadenza giornaliera purtroppo – o al rinomato e sperimentale Battiti su Radio 3 (in stile BBC), o al Babylon di Carlo Pastore, spazi in cui la musica italiana fa la sua parte non livellandosi verso il basso e non scendendo a compromessi.
In ultima analisi, è musica prodotta, ideata e registrata in Italia, seppur senza testo in lingua, anche quella di un Lorenzo Senni – che ha riscosso più attenzioni in Regno Unito che da noi -, di un Populous, di Godblesscomputers e così via. Senza escludere il complesso sottobosco fatto di indie e sperimentazione che gode di variegati riscontri anche all’estero. Musiche di ricerca, non facilmente accessibili e catchy, ma che si rendono espressione di linguaggi contemporanei e innovativi. Concetti che in Italia abbiamo necessariamente bisogno di esplorare. Altro che quote radio…