Recensioni

Dopo l’ottimo esordio del sassofonista partenopeo Antonio Raia di cui abbiamo trattato alla fine dello scorso anno, torniamo ad occuparci di jazz italiano in occasione di un altro esordio: arriva da Milano il collettivo 72-HOUR POST FIGHT, guidato dai producer Palazzi d’Oriente (all’anagrafe Luca Bolognesi) e Carlo Luciano Porrini (già al lavoro con Leute e M¥SS KETA) e completato da musicisti e session-man del sottobosco milanese, con un breve debut-album che suona già maturo e attentamente pensato.
Le otto tracce dell’opera mostrano infatti più di un debito verso un gruppo assolutamente centrale nella definizione del jazz contemporaneo come i canadesi BadBadNotGood (evocati in maniera abbastanza evidente nella bella e strutturata Loiter), ma sanno anche muoversi con personalità e gusto su territori più originali e coraggiosi. Lo dimostra subito un’introduzione in cui s’incontrano il lirismo di Coltrane e le opprimenti nebbie elettroniche del primo Jon Hassell, ma tutta l’opera riesce nella non semplice impresa di trasportare le dinamiche ed i virtuosismi del jazz a spasso per le tendenze più cool della musica leggera attuale: se Lost My aggiunge un crooning robotico alle architetture soul-jazz dei già citati BBNG, Sunday preferisce immergersi in un ambient liquido e soffuso, mentre memorie del minimalismo accademico impreziosiscono l’atmosfera cosmica di Talk e nella più lunga Hang convivono ricordi bass e spezie caraibiche (alle quali spetta anche il compito di traghettarci verso la conclusiva e più esotica 72-Hour Outro).
Eclettico, vivace e suonato con grandissima perizia, l’esordio dei 72-HOUR POST FIGHT è un ascolto imperdibile e una buonissima notizia per il jazz italiano, oltre a confermare l’assoluta centralità (ed il fiuto per le novità più intriganti) dell’etichetta dei Tre Allegri Ragazzi Morti.
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