Recensioni

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L’indie statunitense regala alcuni bei momenti, quando tenta di rappresentare la grande lotta tra immagine pubblica ed essenza privata su cui si reggono molte delle nostre vite. Quella che può essere riassunta in maniera semplicistica mettendo i social network, il traffico, il caos, le strutture lavorative da un lato e la calma della propria intimità dall’altra. Il disco di Andrew Savage (qui solo A. Savage) lo fa, magari involontariamente, piazzando sul ring le storture classiche del suo songwriting di casa Parquet Courts e un impianto maggiormente classico (l’apertura di Buffalo Calf Road è esemplare in questo).

Da una parte, dunque, gli inserti rumoristici e di chitarre post-punk, le deviazioni di andamento dei pezzi, quella sorta di schizofrenia urbana che l’autore ci ha già fatto conoscere nei dischi della sua band di provenienza. Elementi che rappresentano il pubblico, il rumore costante della metropoli a cui sfuggire. Dall’altra la propria stanza, il letto su cui il Nostro è ritratto a gambe incrociate nella copertina del disco, la melodia agreste, il placido alternarsi di strofa e ritornello. Sia chiaro: l’album non esprime inquietudine ma si pone piuttosto come indagine, uno scrutare con occhio quasi neutro un mondo e i suoi interstizi, come quello amoroso, che spesso entrano a illuminare o a sconvolgere (Wild, Wild, Wild Horses, con i suoi rumori sonici, mentre Savage è sospeso in una liturgia laica).

La cosa veramente interessante è come questo disco possa andare per i fatti suoi, e non come semplice «album in libera uscita dalla band di appartenenza». Pur con un minore impatto nel suscitare interesse sfruttando la stranezza, come accadeva nei Parquet Courts, Savage punta ad un ideale e riesce a comunicarlo: mettere insieme i Pavement dei primi dischi, il post-punk e qualcosa di noise con gente come Townes Van Zandt e amanti del folk più classico. Il pop emotivo di Indian Style si contrappone allo stomp di What Do I Do, la marcia sognante di Phantom Limbo è seguita dal boogie di Winter In The South, fino a quella Ladies From Houston che, con il suo lento procedere ripetuto, comincia a definire un personale standard: lunghe e flemmatiche avanzate fino a un finale lancinante (come in Uncast Shadow Of A Southern Myth).

Disco riuscito, che riesce nella difficile impresa di farci dimenticare i Parquet Courts, e che conferma come la penna del suo autore sia, all’interno del panorama underground degli ultimi dieci anni, tra le più illuminate.

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