• Apr
    27
    2018

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Ala Bianca

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Che gli A Toys Orchestra  fossero un po’ una voce fuori dal coro non è certo una novità: sin dai primi lavori – Cuckoo Boohoo e Technicolor Dreams su tutti – la band campana ha sempre mantenuto una personalità artistica ben lontana dai canoni stilistici tipicamente italiani, prediligendo una vena compositiva che, per sonorità e attitudine, strizza l’occhio a band d’oltremanica. Disco dopo disco Enzo Moretto e soci hanno sempre preferito oltrepassare quei confini stretti e standardizzati dell’indie rock made in Italy optando per una carriera pregna di musica fatta con la testa, con la pancia e soprattutto con il cuore, organo che in questo nuovo Lub dub diventa il leitmotiv che trascina l’intero disco («Lub dub è il mantra cardiaco che continua a ripetersi all’infinito e che l’umanità tutta canta in coro da ancor prima che si levasse in piedi», si legge nella press release del disco).

Sembra infatti che la nuova prova discografica degli A Toys Orchestra abbia tutta l’intenzione di proseguire quell’engagement sociale già iniziato ai tempi di Midnight (R)Evolution e spingerlo verso i confini di temi universali come l’uguaglianza, l’accettazione e la vita (basti pensare al video del brano che dà il titolo al disco e che ritrae il viaggio in macchina di persone diverse tra loro accomunate tutte dal vivere fondamentalmente allo stesso modo). E siccome non di sola isteria è fatta l’epoca moderna, gli A Toys Orchestra decidono di non assecondare il frastuono mediatico e frenetico del ventunesimo secolo, raccontando sottovoce la loro personale versione sul significato dell’esistenza servendosi di sonorità pacate ed intimiste: mettendo da parte i toni sferzanti dei precedenti lavori, Lub Dub, tra episodi un po’ alla Wilco ma più marziali – Take it Easy – e linee melodiche in controluce tra Kinks e Travis prima maniera – Like a Matisse – viaggia senza sosta sui binari di una consapevolezza artistica già da tempo acquisita dalla band e che trova la sua massima espressione in questo nuovo lavoro. Spalmando un velo di malinconia su tutte le undici tracce, Lub Dub predilige sonorità raffinate ed eleganti che potrebbero rimandare ai TindersticksShow me your face – o potenziali hit da classifica, concedendosi di tanto in tanto piccole pause pop (Believe sembra vagamente imparentata con Candy di Paolo Nutini), ballad bowieane (Dance Lady Dance), episodi romantici al pianoforte che non dispiacerebbero a certi Coldplay (Someone like you) contrapposti ad altri più tormentati (My Body is a lie). Il tutto con un approccio alla melodia sempre emozionante, libero ma coerente.

Lub Dub è un disco che narra la vita così com’è: a volte dolce, altre volte difficile da digerire, ma che trova comunque la sua essenza nel battito che ognuno di noi si porta sempre dentro.

 

27 Aprile 2018
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