Recensioni

6.8

Rileggere la produzione di Daniel Johnston è una sfida, come, probabilmente, anche un’esigenza fisiologica. Certo è che le canzoni del musicista di Sacramento non sono più sue canzoni, quando qualcun altro mette loro mano. Impossibile replicare il deragliare pop incontrollato e intimamente legato alla biografia del “crazy diamond” Johnston: in un modo o nell’altro si finisce per normalizzarlo, indirizzarlo verso un senso logico condiviso, istituzionalizzarlo (un po’ come accade con i brani di Syd Barrett). Eppure l’esigenza di appropriarsi di quelle autobiografie messe in musica, di rendere omaggio a un essere umano tanto conflittuale e mentalmente problematico, quanto sensibile e semplice nei bisogni primari (in fondo, nelle sue canzoni, Daniel Johnston chiede soltanto di essere amato), pare essere un desiderio irresistibile. Quasi che condividerne il canzoniere, dare la propria versione dei fatti reinterpretando parentesi tanto toccanti, fosse un po’ liberare l’autore dalle sue sfortune, condividerne i dolori, nobilitarlo, alleggerirgli il fardello.

Chissà se Adrian Crowley e James Yorkston pensavano a questo quando nel 2008, tra un impegno e l’altro, hanno cominciato a lavorare a My Yoke Is Heavy: The Songs of Daniel Johnston. Un disco che sarebbe dovuto rimanere un esperimento in formato CD-R, non fosse che le 99 copie masterizzate messe in vendita nel 2009 durante il festival Homegame, si volatilizzano in un batter d’occhio. Da qui la decisione di fare uscire l’album in un’edizione con tutti i crismi (compreso un LP deluxe), operazione di cui si è occupata Chemikal Underground.

Otto brani tra classici (Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievances, Like A Monkey In The Zoo, True Love Will Find You In The End, Walking The Cow, The Sun Shines Down On Me) e qualche canzone meno conosciuta, registrati nelle situazioni più strane e con le attrezzature più varie. Diversamente da quanto accaduto nel CD di cover contenuto in The Late Great Daniel Johnston, My Yoke Is Heavy: The Songs of Daniel Johnston sceglie una via fondamentalmente lo-fi, in cui mescolare microfoni improvvisati, vecchie consolle, mini sampler, strumenti giocattolo, strumentazione tradizionale e chissà cos’altro. A parte rari casi – il minimalismo intimista e toccante di una The Sun Shines Down On Me voce, arpeggi e poco altro – l’operazione non ci pare imprescindibile, anche se l’ascolto rimane assai piacevole. Colpisce l’estrema libertà alla base di un album comunque amorevole, affezionato, artigianale e infine coerente con la produzione e l’approccio di Daniel Johnston. Una bella parentesi che rende ulteriore merito alla produzione originale del musicista americano.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette