Recensioni
Daniel Johnston
The Late Great Daniel Johnston: Discovered Covered
-
Stefano Solventi
- 1 Settembre 2004

Daniel Johnston è un genio schivo o un idiot savant a seconda di quanto cinismo siamo disposti ad investire nella considerazione. Un maniaco depressivo dal tocco brillante e ingegnoso, uno che sa ancora imbroccare la strada più dritta tra emozione e melodia, senza che sembri minimamente – guarda un po’ – la più banale. Perché genuino e spontaneo, senza altri additivi né coloranti che non una ipercromatica frenesia. Ascoltarlo è come sintonizzarsi per caso sulla frequenza malferma del pianeta accanto, altro tempo altra dimensione, dove stupore e dolore danzano dentro lo stesso respiro, dove l’amore e la sua impossibilità sono un’istigazione a sperare fantasticando (e fantasticar sperando).
Quella grana spuria da lo-fi autentico, quel timing traballante, quelle stonature letterarie: minima la distanza tra forma ed espressione, sottile al punto da lacerarsi la membrana tra canzoni ed anima. La sua scoperta fu un’autentica rivelazione per chi – musicisti e ascoltatori – da anni s’ingegnava di aggirare la diffusa sentenza/sensazione di fondo del barile, lambiccandosi tra ingegnerie soniche e nostalgie posticce alla ricerca di purezze perdute e nuovi giacimenti.
In ragione di ciò, non vi nascondo che ho affrontato l’ascolto di questo disco con molta diffidenza. Certo, lo spiegamento di tanti e cotanti nomi più o meno alternativi è di quelli che fanno balzare dalla sedia e motivano un acquisto a scatola chiusa, ma un paio di retropensieri nel cervellino mi sono sbocciati spontanei: da un lato, il sospetto che un bel po’ di costoro approfitti dell’improvviso alone di notorietà piovuto su Daniel dopo i ragguardevoli riscontri ottenuti da Fear Yourself, chi per recuperare, chi per tener caldo, chi per conquistare finalmente il favore/fervore dell’auditorio; dall’altro, il timore d’imbattermi in un atteggiamento del tipo “sentite quanto sarebbe stata bella questa canzone se quel pazzoide fosse-stato-in-grado-di, come potete ben evincere dalla versione originale riportata nel dischetto allegato“.
Dubbi che l’ascolto delle 18 cover non dissolve del tutto ma relega senz’altro sullo sfondo, evidenziando come minimo rispetto e talora sincera passione per il catalogo johnstoniano. Il programma scorre gradevole ed eccitante pur tra stordenti scossoni stilistici, ma la mancanza di eterogeneità era il pedaggio minimo da pagare per un’operazione del genere. Nel rollercoaster di forme e calligrafie rimane comunque palpabile un filo rosso di accorata, obliqua, folle malinconia, vale a dire pura essenza Johnston: se questo era l’obiettivo, può dirsi centrato in pieno.
Scendendo nei dettagli, tra quelli che timbrano decentemente il cartellino ci sono di sicuro i Thistle (una sbrigliata Love Not dead), The Rabbit (una addomesticata Good Morning You) e Gordon Gano (una briosa Impossible Love), mentre appaiono piuttosto in palla Clem Snide (la strascicata empatia folk-rock di Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievience) e Vic Chesnutt (una Like A Monkey In The Zoo mandata ad illanguidirsi su un tramonto di qualche spiaggia tropicale), per non dire di un Beck che ingrana il pilota automatico e ci offre una True Love Will Find You In The End nello scarno e irresistibile idioma folk che ben sappiamo.
Tanto prevedibili quanto azzeccati i contributi di Eels (in mano loro Living Life – bozzetto sbrigativo e raffazzonato in origine – non poteva uscire diversamente che così, limpida e indolenzita) e della virulenta accoppiata Teenage Fanclub/Jad Fair (per la festosità sommaria e ghignante di My Life Is Starting Over Again), mentre mi era impossibile immaginare l’inquietudine beatlesiana dei Guster (The Sun Shines Down On Me) e l’opacità bowieana degli Starlight Mints (Dead Lovers Twisted Heart) perché mai pervenuti prima d’ora.
Salta alle orecchie la componente “cinematica” in scaletta, dai Death Cab For Cutie (una Dream Scream che evoca pastelli radioattivi Mercury Rev-Flaming Lips) ai Tv On The Radio (una Walking The Cow tutta singulti, riverberi e vibrazioni), dai Mercury Rev (che per Blue Clouds innervano l’immaginario fiabesco con piglio wave e cartigli country-rock) alla joint-venture da favola Sparklehorse/Flaming Lips, bravi a stemperarsi gli espedienti l’un l’altro, tanto che sembrano collaboratori di lunga data (ne risulta una Go struggente, pervasa di speranza e abbandono, acida e dolciastra, liquida e volatile).
Per la serie “giovani cantautori crescono”, ragguardevoli anche le prove di Bright Eyes (che fa sbocciare la trasognata Devil Town in una fantasmagoria iridescente di piano e chitarre) e di M. Ward (che in Story Of An Artist spende esotiche monete di mestizia su impalpabile fatamorgana di corde e synth), mentre per la serie “non vogliono saperne di andare in pensione” ecco un Tom Waits vibrante cavernicolo (nella rude, arcaica ossessione reggae-blues di King Kong) e soprattutto un Calvin Johnson che col vocione da cow boy su percussioni lo-fi ridisegna Sorry Entertainer al modo di una danza pellerossa, intrecciando una strana collana di alterigia, fragilità e mistero.
Come già detto, nell’altro disco – oltre al pulsante inedito Rock This Town, hard-blues che rimanda ai gigioneggiamenti adrenalinici di Neil Young & Crazy Horse – ci sono le versioni originali, di cui potrete gustare la geniale scompostezza, la gioia incredula, l’imprendibile obliqua tribolata baldanza. Non vi dirò che sono preferibili alle cover solo perché Johnston ci mette troppo di quel suo essere fuori dagli schemi, fuori senno, fuori gioco, tanto da renderli una valuta per la quale non esistono tassi di cambio attendibili.
Amazon
