Recensioni

Fattosi notare nel corso dell’ultima decina d’anni grazie ad album e collaborazioni d’eccezione che ne hanno messo in bella mostra i molteplici talenti, lo statunitense Adrian Younge sta vivendo un momento di grazia e crescente popolarità, iniziato con l’uscita della colonna sonora originale della serie Luke Cage. Questo nuovo The Midnight Hour, realizzato come nel caso della soundtrack della succitata serie Netflix in tandem con il leggendario Ali Shaheed Muhammad – fondatore di A Tribe Called Quest e dei Lucy Pearl nonché, assieme a Q-Tip e J Dilla, del colletivo The Ummah – rappresenta un po’ l’apice di questa fase della sua carriera. Un disco, questo, dalla gestazione lunga e complessa, che nel corso di almeno cinque anni si è andata ad incrociare e mescolare con il lavoro svolto dalla coppia intorno al progetto dedicato al super-eroe Marvel e ad altri ai quali Younge ha contemporaneamente posto la firma. Da Something about April II, sequel dell’album che lo ha imposto all’attenzione dei più attenti verso la fine del 2012, alla collaborazione con Ghostface Killa e altri affiliati del Wu-Tang Clan in Twelve Reasons To Die, da Adrian Younge Presents The Delfonics, omaggio alla formazione portabandiera del Philadelphia sound realizzato con la partecipazione del membro fondatore William Hart, per arrivare al più recente Voices of Gemma.
Tutte opere discografiche contraddistinte dal suo inimitabile stile compositivo e produttivo, incrocio di suggestioni soul funk prese direttamente dall’epoca d’oro dei 60s e dei 70s, ma provenienti dallo stesso spazio temporale anche di psichedelia, blaxploitation, colonne sonore cinematografiche europee e library music. Inoltre, tutte realizzate all’interno dei Linear Labs, quartier generale del produttore costruito nel segno dell’eccellenza del sound analogico in quel di Los Angeles. In questo senso, la sua collaborazione con Ali Shaheed Muhammad – produttore e dj della old school più verace trasformatosi in raffinato polistrumentista e compositore a tutto tondo – è da vedere come logica e naturale conseguenza di un incontro tra due anime artistiche gemelle. Collaborazione iniziata nel 2013, durante le fasi di registrazione di There Is Only Now, album del quartetto hip hop dei Souls of Mischief al quale Muhammad era stato invitato a partecipare, e proseguita dietro le quinte, in maniera simbiotica, fino ad arrivare alla pubblicazione dei due volumi di Luke Cage e di The Midnight Hour, con la condivisione al cinquanta per cento dei ruoli di compositori, strumentisti e produttori. Terreno comune, ovviamente, l’hip hop, al quale si vanno ad aggiungere l’innata sensibilità jazzistica di Muhammad e la visionarietà cinematica di Younge. È cosi che le linee di demarcazione tra passato e presente, e tra musica colta e cultura di strada, si confondono. Se questo processo di fusione era già ben riconoscibile nelle atmosfere create per la fortunata serie di Neflix, nei venti brani che compongono questo longplayer ne viene fornita – anche grazie al contributo di un’orchestra di trenta elementi messa a disposizione del duo grazie al budget di tutto rispetto della produzione – una versione ancora più espansiva, sontuosa nella forma ma contemporaneamente profonda nel contenuto.
Molti anche gli ospiti nelle vesti di vocalist: Bilal e Raphael Saadiq, vecchie conoscenze dei titolari del progetto, ma anche Cee Lo Green – qui nella versione integrale ed inedita di Questions, campionata da Kendrick Lamar quando la canzone era ancora in semplice fase di demo, usata nella sua untitled 06 | 06.30.2014 ed inclusa nell’album untitled unmastered – ed ancora, tante cantanti femminili, tra le altre Marsha Ambrosius, Angela Muno, Eryn Allen Kane e sorprendentemente – ma non troppo per chi è pratico dell’immaginario retro-futuribile di Younge – Laetitia Sadier degli Stereolab. Su tutti spicca poi la voce del compianto Luther Vandross, del quale Younge e Muhammad hanno ripreso per l’occasione la hit So Amazing, ricontestualizzandola, conservandone la performance vocale, ma ricucendogli addosso un abito la cui raffinatissima ed organica fattura sorpassa di molto la versione originale, squisita ma pur sempre figlia del suo tempo. Questo impressionante dispiegamento di talenti e risorse dà vita ad un album corale, eccezionalmente sofisticato ed ambizioso, visti i tempi, del tutto straordinario. Non fosse altro che per questo da promuovere a pieni voti.
A prescindere forse dalla mancanza di una hit di presa immediata, la pregevolezza delle singole tracce, sia strumentali che vocali, accessibili ma mai ruffiane o banali, è comunque assolutamente da sottolineare e lascia intravvedere un potenziale ancora enorme. La speranza è che il duo Younge & Muhammad sia in grado di cavalcare ancora a lungo quest’onda. Per il momento, la mole di buona musica da loro prodotta li consegna di diritto tra le fila degli artisti afro-americani più interessanti e capaci in circolazione.
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