Recensioni

6.8

Per il suo sesto disco il duo ha beneficiato di un finanziamento da una fondazione, con il quale ha potuto ospitare alcuni musicisti per un periodo (tre settimane ognuno) di vita e creatività insieme: è questo il senso del titolo, “gli ospiti della casa di Detroit”, il quale poteva invece far pensare a “ospiti provenienti dalla scena house di Detroit”. Niente Juan AtkinsDerrick May, piuttosto ispiratori di quella scena come Douglas J McCarthy dei Nitzer Ebb, oppure dei dark come Michael Gira degli Swans e altri, a segnare un percorso che facesse allontanare gli Adult. dalla stanchezza che il loro electroclash cominciava qua e là a mostrare per esaurimento un po’ della vena creativa un po’ del genere stesso.

Le collaborazioni danno qualche scossa: l’iniziale P rts M ss ng mantiene fede al titolo, costruita su percussioni stile talking drums che un po’ accennano il ritmo, un po’ suonano le poche note dei riff minimali sui quali si intrecciano e dialogano le voci di Kuperus e dell’ospite Lichens (qui col vero nome, Robert Aiki Aubrey Lowe), che porta in dote un po’ del suo minimalismo e della sua arte percussiva su un pezzo che rinuncia alla batteria per vibrare notturno, spazioso e vagamente etnico (qui gli anni ’80 sono semmai quelli di Peter Gabriel o di Laurie Anderson). Da quest’apertura, dalla successiva Breathe On (il primo dei due pezzi con Gira) – una litania a voci intrecciate che si muove su binari appena meno spogli – e dall’analoga Into The Drum, scossa dagli inquietanti interventi vocali dell’artista Lun*na Menoh, il disco sembra un salto verso l’avanguardia, compiuto mantenendo pochi elementi del passato e spogliando tutto al fine di creare una sorta di Africa gothic ed essenziale. Cupa, come un trip-hop senza le classiche aperture di tastiera a far entrare un po’ di luce, e più sottile delle analoghe tenebre di Third dei Portishead; materia da remix, per i quali non ci sarebbe stato neanche bisogno di dare al dj il multitraccia con gli strumenti separati.

Poi però i Nostri devono aver deciso che qualche copia del disco volevano venderla, e quando arriva McCarthy in We Are A Mirror si comincia a ballare, ovviamente su ritmi e sonorità del 1981 circa, come più avanti nell’altro brano che lo vede ospite, il singolo They’re Just Words, che, voci a parte, porta nei dintorni dei Simple Minds pre-New Gold Dream, con basso Moroder; o come nei due brani con Shannon Funchess dei Light Asylum We Chase The Sound e Stop, nei quali oltre che agli ’80 amati dall’ospite, si torna un po’ allo stile antico e alla vocalità Siouxsie della cantante (anche se la seconda ricorda anche i Krisma). Ma, a parte due brani a battuta lenta come la quasi-pop Enter The Fray e la conclusiva, “berlinese” As You Dream (secondo brano con Gira), il disco riprende lo stile con cui si era aperto nelle frasi in loop da macchina incantata di This Situation e, soprattutto, in una Inexhaustible (col theremin di Dorit Chrysler) nella quale le lunghe pause danno l’impressione che la traccia di batteria in origine ci fosse ma poi sia stata semplicemente silenziata, lasciando la canzone a vagare sospesa e perturbante.

Ecco, forse “perturbante” è la parola giusta per definire la maggior parte del disco, nel senso di elementi familiari usati o collocati in un modo che disorienta l’ascoltatore, abituato a vederli in altro modo: quei suoni li abbiamo sentiti già e la voce anche, ma fanno altro; e i dischi di elettronica pieni di “guests” pure, ma di solito si tratta dare maggiore appeal a qualche pezzo danzereccio mentre qui siamo decisamente altrove, come dimostra anche il lynchanissimo trailer del disco, per il quale è stata usata proprio Inexhaustible. Anche se non tutto funziona (un paio dei brani dance, l’eccessiva lunghezza di This Situation), è apprezzabile la voglia di cambiare strada senza dirigersi verso quella più facile.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette