Recensioni
È ancora semivuoto il parterre di Casa della Musica (NA) quando arriviamo a pochi minuti dall’inizio del concerto. Il clima è di grande attesa nell’afoso e spartano stanzone, e ben presto gli spazi vuoti iniziano a diminuire. Non si registra il tutto esaurito, ma il popolo campano riserva un trattamento d’eccezione ad Agnelli&Co. Proviamo ad incrociare qualche sguardo per capire quanto stia realmente influendo l’X-Factor in questo nuovo tour degli Afterhours e la sensazione è che gli amanti dei talent televisivi siano in netta minoranza. Segno che la band continua a far leva principalmente su quello zoccolo duro formatosi intorno alla prima metà degli anni Novanta e pronto ad accendersi proprio nei frangenti in cui i riff richiamano le scorribande di quella stagione musicale. Un po’ dell’universo talent resiste ugualmente in questo tour e, bisogna ammetterlo, anche con un po’ di sorpresa. In apertura Agnelli benedice il pupillo conosciuto e scelto al programma prodotto da Sky, Andrea Biagioni, subito lanciato in una serie di cover (ahinoi, il format resta quello) utili a mostrarne quanto meno le doti canore e chitarristiche: si va da Leonard Cohen fino a Bruce Springsteen (omaggiato anche in uno dei bis finali, con State Trooper), passando per i Nine Inch Nails e fino al suo primo singolo in heavy rotation, Il Mare Dentro. Venti minuti godibili che strappano qualche urletto alle giovanissime fan in prima fila.
Alle 22:00 in punto s’infiammano le ali d’angelo già viste nell’artwork dell’album, e si è pronti ad entrare in scena. Gli Afterhours sono al gran completo e, per più di due ore, non risparmieranno il sudore. Lo spirito sinistro respirato in Folfiri o Folfox, è l’unica vera costante: «Questo è un disco che parla di molte cose – esordisce Agnelli – c’è dentro l’amore, la vita, la speranza, la malattia e soprattutto la morte, quella di mio padre». Parole sommesse, pronunciate con la voglia di esorcizzare un dolore immenso, inumano. Una grumosità emotiva che trova terreno fertile in un disco che sa essere a sua volta molte cose: «Cantautorale, pop, avant, lineare, elettrico, acustico, sperimentale, stratificato, complesso, rock, concettuale, calcolato, umorale, umano», come giustamente sottolinea Fabrizio Zampighi in sede di recensione. C’è questo e forse molto altro ancora in questo live, tra i più sperimentale per la band, alle prese con cambi d’umore spiazzanti: dal livore della prima sezione incentrata sull’ultimo album, dove trovano spazio brani a cui è difficile restare empaticamente indifferenti (Grande, Se Io Fossi il Giudice) e in grado di far cantare (Non Voglio Ritrovare il Tuo Nome, Né Pane Né Pesci), alla nuova veste quasi stoner di episodi come La Verità che Ricordavo, La Tempesta è in Arrivo, Bye Bye Bombay, fino a scivolare alle hit Ballata Per la Mia Piccola Iena e Male di Miele.
Una scaletta che, tutto sommato, riesce a mettere d’accordo tutti, nonostante alcune assenze di spessore per gli aficionados della prima ora (Non è Per Sempre, Voglio Una Pelle Splendida, Sui Giovani d’oggi ci Scatarro Su) e utile a mettere in luce un altro dato non di poco conto: lo sperimentalismo di Folfiri o Folfox pare non sia stato (ancora) del tutto assorbito dalla fanbase, ricettiva a sonorità più immediate ed ariose. Un limite, se vogliamo, imputabile anche a un album che necessita d’essere tradotto, assorbito e digerito per goderne a pieno. In coda, però, c’è ancora spazio per diversi bis assestati sui mood tenui di Padania, Ci Sono Molti Modi e la conclusiva Quello che non c’è, chiosa coerente di un concerto che trasuda assenza ma anche ricerca di nuova vitalità.
Non c’è dubbio, gli Afterhours sono in salute. Li ritroviamo istrionici ed ipnotici, schiacciasassi noise e ancora alfieri dell’alt-rock nostrano, con ammiccamenti nemmeno tanto velati a nuove soluzioni avant. Degna di nota la prova di Rodrigo D’Erasmo, che si conferma polistrumentista notevole e indiavolato. L’arma in più di questo Folfiri o Folfox Tour.
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