Recensioni
A.A.L (Against All Logic)
Against All Logic 2017 – 2019
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Lorenzo Montefinese
- 24 Febbraio 2020

Arrivati a questo punto è lecito chiedersi: quanti Nicolas Jaar esistono? In una decina d’anni il musicista e producer cileno si è rivelato essere uno, nessuno e centomila. Il suo percorso artistico è andato di pari passo – e spesso ha influenzato – l’evoluzione della musica elettronica del decennio conclusosi recentemente, accompagnando, nel contempo, il vissuto personale di molti di noi.
2010/2011, circa: Jaar folgora il me-allora-diciottenne con una manciata di brani deep house che suonano più caldi, più organici e meno sintetici di molte altre cose allora in circolazione. Campionamenti vocali di matrice hip hop e un debole per chitarre e tastiere (e come poteva essere altrimenti, se sei nato in Cile e vivi a New York) sono la cifra stilistica che rimane impressa. Ricordo di aver detto ad un compagno di classe «tieni d’occhio questo Nicolas Jaar, nel giro di qualche anno esplode di sicuro».
2011/2012: il cileno inizia ad essere sulla bocca/penna/tastiera di tutti, e ci tiene a precisare che i suoi orizzonti musicali non si limitano a quanto fatto nei singoli e negli EP. In meno di due anni sforna un tris che lo consacra nella scena elettronica e lo proietta verso palchi di più grande caratura: il podcast per XLR8R, zeppo di riferimenti ’60s, dal soul al jazz a Dylan, senza mai perdere di vista il battito house; l’impeccabile album di debutto con cui si dimostra, giovanissimo, artista a tutto tondo, e in cui lascia emergere il suo lato più introspettivo e misterioso; e il suo Essential mix, vero e proprio calderone magico in cui confluiscono le tracce più disparate creando una miscela che ci ammaliava e ci lasciava desiderosi di scoprire cosa sarebbe arrivato dopo.
2015/2016: Nico ritorna sulle scene, più grande, più maturo, più stratificato. Ci sono i singoli della serie Nymphs, punto di raccordo fra le propulsioni danzerecce e nuove aperture ambientali e vicine alla modern classical, versante che sarà approfondita in Pomegranates, sonorizzazione di un film sovietico del 1969. Per i fan che da anni aspettavano il seguito ideale di Mi Mujer e Space is Only Noise if You Can See, arriva invece un’altra doccia fredda con il secondo album, Sirens. Via qualunque briglia, Nico gioca a fare il Thom Yorke latino (non nel sound quanto nell’attitudine da “faccio-quello-che-voglio-e-lo-faccio-bene”) in un album che ammicca deliziosamente al pop, capta e integra le ritmiche latino-caraibiche che si andavano imponendo sia nel mainstream che nelle frange più militanti e progressiste del panorama club, e dà rilievo alle doti canore del cileno.
Come se non bastasse, ci sono anche i progetti paralleli: il 2013 vede le stampe di Psychic a nome Darkside, duo con Dave Harrington che, pur non risultando particolarmente incisivo (per chi scrive, almeno), lascia intravedere l’interesse per spazi sonori più dilatati e atmosfere rarefatte.
E soprattutto, a spiccare di recente è l’alias Against All Logic, alter ego con cui allentare la presa dal songwriting elettronico e (ri)dare spazio alle piste da ballo. 2012 – 2017, uscito nel 2018, raccoglie tracce composte in un quinquennio ma non si rivela tuttavia all’altezza delle aspettative né dei fasti danzerecci del periodo 2009-2011; fatta eccezione per sparuti casi, suona derivativo e privo dell’impronta autoriale cui ci eravamo abituati, ma mette nero su bianco due cose: in questi anni Nico non si è dimenticato dei club, e non ha perso la voglia di manipolare sample vocali.
E così giungiamo a questo 2017-2019, diario di bordo degli ultimi 2 anni del cileno. Bastano pochi secondi di Fantasy e Jaar ci accoglie con una dichiarazione di intenti a base di un sample di Beyoncé e Sean Paul (Baby boy, dall’album di debutto della signora Carter), e un beat distorto e singhiozzante, quasi una trasmissione radio con interferenze. È il 2003 che riemerge mutilato e saccheggiato, sulla scia della ‘deconstructed club’ e della caccia ai sample pop di inizio millennio. Da lì in poi è tutto un viaggio nel club immaginario di Jaar: un club sporco e dai contorni ruvidi, in cui i generi di riferimento variano più che in passato – la soulfoul house al rallentatore di If loving you is wrong, la simil-drum’n’bass puntellata di percussioni latineggianti e sampling di scuola hip hop di With an addict, ma anche l’EBM contaminata col breakbeat e impreziosita dal mantra ripetuto di Lydia Lunch in If you can’t do it good, do it hard, senza dimenticare le tracce nella mai rinnegata cassa dritta.
Varietà ritmica ma sempre nel segno di una ruvidezza e un approccio alla materia sonora che va a chiamare in causa l’attitudine di etichette come L.I.E.S. e L.A. Club Resource molto più di qualunque cosa Jaar abbia fatto in passato. Ascoltate Alarm e Deeeeeeefers insieme a tracce di Florian Kupfer, Delroy Edwards o Ron Morelli, e giudicate da soli. Se l’impianto generale è quello dance, è altresì vero che abbandono estatico ed euforia sono qui rimpiazzate da una certa malinconia (nelle melodie) e da emozioni negative processate e rese palpabili attraverso le texture sonore sempre grezze (ma dal sound design curatissimo). E alle orecchie più attente non sarà sfuggito che l’album suona in modo continuo, quasi fosse un mix catturato in presa diretta dal party-non-party allestito dal Nostro. 2017-2019 fluttua in quella zona grigia – già esplorata, per carità – sempre in bilico fra escapismo e paranoia, groove e atmosfera. Emblematico in tal senso il lo-fi etereo, incazzato e vitalistico, di Penny. E sulle note pensose di You (forever), un po’ Burial un po’ estetica apocalittica HD, il viaggio giunge al termine.
Cosa ci resta, dunque, alla fine del viaggio? Sicuramente un album spiazzante, pressoché impossibile da ricondurre al Nicolas Jaar che conosciamo pensavamo di conoscere, molto più vigoroso e di sostanza rispetto al precedente targato A.A.L. Resta la sensazione di Jaar artista a tutto tondo, abile nel rinnovarsi costantemente senza rimanere ancorato ad un sound specifico, e capace di infondere del suo in ogni cosa tocchi. Resta la consapevolezza di essere di fronte ad uno degli artisti più importanti del decennio appena concluso, uno di quelli (insieme ai vari Four Tet, Caribou, Moderat, Bonobo) che ha contribuito maggiormente allo sdoganamento della musica elettronica, sovrapposta a più livelli con quello che è il mainsteam tout court ma senza mai perdere credibilità artistica. E resta anche la sensazione di aver ascoltato un album sì curato e niente affatto scontato, ma cui purtroppo manca ancora qualche miscuglio alchemico per fregiarsi del titolo di ‘capolavoro’ o ‘fondamentale’. Sarà che le aspettative erano altissime, sarà che mancano quelle tracce memorabili che spiccano e rimangono impresse, ma la sensazione che manchi quel tassello per completare il puzzle è innegabile.
Alla fine della fiera, con questo 2017-2019 Nicolas Jaar non inventa nulla né alza l’asticella, ma dimostra, ancora una volta, la sua poliedricità includendo influenze rimaste latenti sinora, e si conferma in grado di fare dannatamente bene qualunque cosa decida di fare.
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