• Mar
    31
    2017

Album

SuperEgo Records

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Titolo/manifesto quello scelto dalla cinquantaseienne cantautrice americana che aggiunge così il nono anello alla sua collana di lavori in solo. Mental Illness nasce da un pugno di canzoni che la Mann ha scritto su persone con cui è entrata recentemente in contatto e che soffrivano di disturbi mentali, per poi allargare il raggio d’azione a «quelle cose che hai dentro e che non conosci, con le quali non sei in contatto, e che in un modo o nell’altro verranno fuori», come ha dichiarato in una recente intervista. Il disco sembra dirci che è meglio, per la nostra salute, che escano consapevolmente, che ne prendiamo atto e che accettiamo che sono parte di noi. Ne esce fuori forse una Aimee Mann più riflessiva e intimista che mai, intenta a guardarsi dentro per fare del songwriting una cura, ma anche l’occasione per trarne una o più parabole universali.

Dopo l’incerto The Charmer del 2012, e una parentesi di prolifico lavoro in duo con Ted Leo e altri artisti, la songwriter ha preso un direzione leggermente diversa, togliendo piuttosto che aggiungendo. Mental Illness è quasi monocorde nel suo alternare valzer, ballate e torch songs senza mai aumentare il ritmo e frequentando fondamentalmente il solo registro acustico. Scelta vincente per la coesione che invece difettava cinque anni fa, sottolineata anche da un convinto arrangiamento per archi (che la Mann ha voluto fossero suonati in studio da musicisti in carne e ossa). Troviamo così un perfetto equilibrio tra il soft rock dei 70s (vera boa di riferimento per quest’ultima parte di carriera), una narrativa da Joni Mitchell e la provincia americana distillata in FM. Il tutto alla luce di Elliot Smith, amore dichiarato esplicitamente in molte occasioni per la sua capacità, prima ancora che musicale, di andare oltre la superficie di quello che accade e saperlo raccontare nelle sue canzoni.

Si parte con la bucolica Goose Snow Cone (che è la sua versione dell’homesick blues) poi è il turno dei cuori infranti e ai rimpianti (You Never Loved MeKnock It Off). Colpisce nel segno il ritorno di un tema sempre caro alla Mann: la vita dell’entertainer come metafora della vita tutta (Patient Zero, l’unico momento che potremmo definire rock). Ma i centri di gravità del disco sono la malattia bipolare di Lies of Summer e la vita come un viaggio in auto con i freni tagliati della conclusiva Poor Judge, dove a essere un pessimo giudice è il cuore della voce narrante (e le conseguenze delle proprie azioni cantate nel valzer sghembo Philly Sinks).

Su tutto il disco, quasi come un meta-riferimento muto, aleggia il tema dell’essere donna che scava e della difficoltà di esserlo oggi forse più che in altri momenti della recente storia della società americana (la Mann non ama per niente il neopresidente Trump). C’è un rifiuto radicale dell’idea che guardare dentro di sé e accettare le proprie difficoltà (il rancore che non sappiamo dimenticare, l’incapacità di chiedere aiuto) sia roba da donne, come se avere debolezze sia da donne, mentre gli uomini sono invincibili, forti, belli e super(uomini). Aimee Mann ci avverte del rischio di far coincidere l’essere vincente con l’essere forte attraverso alcune delle sue migliori canzoni.

31 Marzo 2017
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