• Gen
    21
    2014

Album

Prophecy

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Partiamo subito dalla conclusione: Shelter, quarto album in studio del progetto francese Alcest, stupirà molto di più lo zoccolo duro dei fans degli esordi, piuttosto che gli avventori dell’ultim’ora, per una serie di ragioni ben precise. Un primo aspetto da considerare verte sul percorso artistico che Neige (sotto il quale si nasconde Stéphane Paut, una prassi questa degli pseudonimi, derivante da certi ambienti blackster nordeuropei) ha storicamente compiuto: il suo era un suono tipicamente black metal fatto di cantato scream, blast beat e furiosi strumming di chitarra distorta a cui, pian piano, ha affiancato in modo sempre maggiore la voce pulita, seppur riverberata, e sovrapposto una seconda chitarra distorta arpeggiata atta a produrre quell’effetto un po’ romantico tipico degli stilemi shoegaze.

Un esempio sonoro, questo, che ha portato col tempo alla creazione della categoria denominata black-gaze, termine spesso usato impropriamente dalla critica che unisce in un unico calderone sia artisti dalle attitudini folk (ben più affini al black metal dello shoegaze, vedasi alla voce “viking”) come gli Agalloch, sia altri come i Deafheven – il caso hipster dello scorso anno, finiti con Sunbather in molte delle playlist di chi col metal aveva poco a che fare – con addirittura influenze post-hardcore, giusto per aggiungere ulteriore confusione al tutto. Seguire la scia dell’hype sarebbe stato sicuramente un buon metodo per ingraziarsi molti di questi ascoltatori.

Finite le supposizioni arriva la sorpresa, comunque già intuibile leggendo i nomi di Birgir Jón Birgisson in produzione e di Neil Halstead con le Amiina tra i musicisti ospiti. I riferimenti cambiano radicalmente: la componente black è interamente sostituita da una vena dream-pop propria dei lavori personali e con gli Slowdive dell’artista inglese (anche se nella sua comparsa sul disco in Away troviamo il punto qualitativamente più scarno e meno efficace del disco), con l’aggiunta dei cori in falsetto in stile Mew e di quel tocco di maestosa epicità propria di band post-rock come i Mono (Délivrance, Voix Sereines). Solo nella title track si intravede uno spicchio di passato inteso come dicotomia distorto/arpeggio sopra menzionata, ma con la novità del pianoforte a sostituire molte parti di chitarra.

Shelter è il riparo dai viaggi dell’anima, dagli abissi più profondi dell’esistenza, è un disco di luce e serenità ma parziale e apparente; la deriva tradizionalista, necessaria a descrivere il personale cambiamento, è propria di questa urgenza comunicativa e non rappresenta una perdita di idee dell’autore. Al contrario, ne rafforza lo spirito personale, con buona pace dei conservatori.

1 Febbraio 2014
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