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Donald “Don” Buchla, nato il 17 aprile del 1937 a South Gate, nella contea di Los Angeles, è considerato come una delle figure pionieristiche che hanno contribuito allo sviluppo e alla diffusione dei sintetizzatori modulari già negli anni Cinquanta, quando era uno studente della Berkeley University. Nel 1962, in seguito alla fondazione della sua azienda, la Buchla & Associates, Don sperimenta e mette a punto il primo modello di Buchla modulare, in seguito utilizzato da numerosi artisti, come il visionario Joe Meek (un personaggio talmente folle da meritare un articolo a sé), Edgar Froese (deus-ex-machina del collettivo sperimentale teutonico Tangerine Dream) e Frank Zappa, che in numerose interviste risalenti ai suoi esordi coi Mothers of Invention ammetteva la sua ignoranza rispetto a cotanta complessità, sebbene ne avesse un “esemplare” in studio. Buchla è venuto a mancare l’anno scorso, il 16 settembre, lasciando dietro di sé una legacy inestimabile, nonché una serie infinita di modelli di synth che hanno ispirato a loro volta marchi ben più prestigiosi e all’avanguardia come Roland e MOOG. Tanti artisti ne hanno però raccolto il retaggio e hanno effettivamente poggiato sulle solide fondamenta di quel sound modulare la loro produzione recente e non, affidandosi alle mirabilie dei Buchla più tradizionali e di quelli portatili, ben più recenti; tra i fruitori, citiamo Kaitlyn Aurelia Smith, Boards of Canada, Sinoia Caves (aka Jeremy Schmidt dei Black Mountain) e i nostrani Caterina Barbieri ed Alessandro Cortini.

Dopo il recente ritorno sulle scene di Kaitlyn Aurelia Smith con The Kid (recensito da Edoardo Bridda), nel novero delle uscite illustri in fatto di ambient music abbiamo Alessandro Cortini, tuttofare che i più conosceranno per la sua militanza (ormai a lungo termine) nei Nine Inch Nails, una collaborazione perpetua molto prestigiosa e che ha portato al compositore e musicista bolognese numerosi benefit, ma che gli ha de facto sottratto un sacco di tempo per dedicarsi ai suoi progetti solisti. La produzione di Cortini è fatta di molte pause, ma anche di molto materiale interessante – ad esempio, la collaborazione con il guru del noise Merzbow su Important Records (2012), e quella con il britannico Daniel Avery, leva fresca del drone elettronico, uscita giusto una manciata di mesi fa. L’anno scorso abbiamo assistito alle ristampe del suo catalogo recente (escluse le produzioni sotto il nome di Blind Old Freak, risalenti a ormai più di dieci anni fa), tra cui le due opere speculari Sonno e Risveglio (rispettivamente, 2014 e 2015, su Hospital Production) e la serie antologica in tre parti Forse (2013-14, Important Records). Spie è invece l’ultimo 12” uscito a gennaio scorso, e segna una sorta di nuovo percorso nella produzione di Cortini, basata sulla tematica fondante del ricordo, dell’amarcord, del passato rievocato, e anticipa un’opera che pare essere la piena realizzazione di questo concetto. Cortini ha infatti, nell’ultimo biennio lontano dal nucleo principale dei Nine Inch Nails e dai tour con la creatura di Reznor, portato in tour un’esibizione audio/video basata sui ricordi d’infanzia e del found footage registrato dai famigliari verso la metà-fine degli anni Settanta, e che appunto testimoniano momenti di quiete famigliare e un Cortini bimbo che si diverte a giocare con tricicli, palle e dondoli, nonché con i primi strumenti, durante la sua infanzia a Forlì. Lo spettacolo è denominato, con spirito vagamente sardonico e futurista, AVANTI, ed è piuttosto peculiare il fatto che un’opera che si occupa di memorie e, fondamentalmente, nostalgia, porti un titolo del genere. È indubbio come la componente mnemonica sia un fattore determinante per conferire a un’opera del genere uno spessore emotivo notevole – soprattutto alla musica di Cortini che, più che emozioni, suggerisce una sensazione di stasi e una ridotta gamma di sfumature e suggestioni.

AVANTI è un’opera che, premettendo, è d’uopo apprezzare con la componente visiva: tuttavia, anche il solo ascolto (che passa attraverso sette tracce con i soliti titoli caratterizzati da verbi all’infinito – Perdere, Vincere, Nonfare, etc.) è caratterizzato da inserti vocali e spezzoni tratti dal girato di casa Cortini, con la voce del padre, della madre e di altri parenti che si sovrappone ai soliti paesaggi brulli e desolati dell’ambient. Un sound questa volta granuloso e lo-fi si staglia su tappeti di synth ed accordi aperti, lasciandosi alle spalle la tetra contemplazione di album quali i sopracitati Sonno e Forse. Talvolta sembra che il mood sia dettato dalle parole scelte per il titolo (o viceversa): se Vincere ha un glorioso incedere, che preannuncia un’alba luminosa, al contrario Aspettare ondeggia su un tappeto statico e tra fluttuanti puntinismi suggeriti dall’onnipresente Buchla. L’opera è ammantata da un mood nostalgico, appunto, e per questo lontano dal digitale – così come sono analogici i nastri sull’infanzia reperiti da Cortini, così lo è il piano etereo in Perdonare, che ricorda molto da vicino l’ultimo Tomorrow’s Harvest dei sopracitati BoC. Gli arabeschi e i ghirigori sintetici di Nonfare rievocano invece i paesaggi in VHS delle prime antologie di Oneohtrix Point Never (Rifts, 2010).

L’album si pone così come l’opera più introspettiva ed apertamente sincera del Nostro, guidata dalle emozioni e quindi colma di sfumature contrastanti, che abbandona i freddi schemi e la rigidità delle sue produzioni recenti, abbracciando un mood un po’ meno sintetico e un po’ più umano. Come i replicanti in Blade Runner, né più né meno.

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