• Nov
    04
    2016

Album

Woodworm

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Quel modo di portare la voce, così ispirato e poetico, quasi inconsapevole: quando canta, Alessandro Fiori sembra disegnare le parole che vede, in una sorta di trance o d’improvvisazione pollockiana completamente sensata e a fuoco. Si ha come la sensazione che i testi delle sue canzoni vengano scritti sul momento, rendendo l’ascoltatore partecipe del processo creativo della musica. Ma oltre a questa natura che quasi definiremmo free-jazz, il cantautore aretino porta con sé un’altra preziosa peculiarità legata a quella sua voce, bassa e sporca di terra, ora atonale ora orgiastica: il gusto della suspense, quel senso dell’attesa difficile da trovare dentro un disco, ancor più difficile da rintracciare dentro un brano, figuriamoci nella voce di chi canta. Quello nascosto nella grana vocale di Alessandro Fiori è un particolare sentimento di incertezza e mistero, un’opera drammatica e narrativa in pillole, una tensione che si scioglie lentamente seguendo parola dopo parola le storie narrate nei suoi brani. Più che un cantante/esecutore alla maniera classica, Fiori è un cantore che si diverte a narrare con sopraffino nonsense le piccole avventure della nostra vita, pronunciate con così tanta carica ipnotica e magnetismo che diventa impossibile distaccarsi da queste storie di ordinaria follia. La voce di Alessandro Fiori, che sa di legno, funghi e vita, permette ai brani di Plancton di diventare undici confessioni intimissime, tese ora alla soavità di un amore che affronta il male e vuole capirlo (una canzone d’amore struggente e totale come Ivo e Maria), ora ai ricordi d’infanzia (la trovata electro di Mangia!).

Alessandro Fiori è mille cose e non sembra essersi stancato di sperimentare e viziare il suo pubblico: ex voce dei Mariposa, cantante solista da spiaggia e contado, pittore, scrittore, creatore di un’etichetta discografica (la Ibex House), progetti paralleli come Betti Barsantini, Craxi, STRES, oggi torna a quattro anni di distanza da Questo dolce museo per stupire gli aficionados con una nuova veste elettronica spogliata di quell’ironia irruenta che aveva spesso stemperato il buio dei suoi brani. La dichiarazione d’intenti è stata subito chiara: Plancton vuol essere il KID-A della discografia di Fiori, la quota elettro-ipnotica in mezzo a brani smaccatamente cantautorali. Nel mondo sotterraneo (o subacqueo) di Plancton il dolore è una tematica condivisa, un ritmo cadenzato che torna ciclicamente mentre gli istinti si raffreddano sempre più e l’amore sembra lasciare il posto agli attentati terroristici, salvo regalare un quadretto di decadente bellezza nella malattia di un’anziana innamorata. Fra grotteschi bozzetti e nostalgiche fotografie d’infanzia, Fiori porta avanti una politica del bello vero quasi platoniano, difficilmente rintracciabile nell’attuale scena italiana.

Un gioco nuovo, una vera e propria sfida per Fiori quella di dare una veste elettronica e oscura ai suoi testi di cantautore stralunato: l’uso di un’elettronica organica e digitale, così concreta e comprensibile, lontana dai giochini di puro estetismo filosofico, permette la rivoluzione ideata dall’aretino. Plancton con i suoi elementi periferici, legati a una quotidianità fatta di sguardi stanchi ma attenti, è il disco perfetto per ogni amante della musica d’autore sperimentale. Sebbene l’impianto sonico del disco galleggi in una sostanza liquida mesmerica, e l’immaginario – a partire dallo splendido artwork – suggerisca un gusto acquatico e subacqueo, Plancton è soprattutto – nei testi e nell’attitudine – un disco che sa di terra, di vermi, funghi, e spore. C’è tutta una vita microscopica che si muove e agisce, con fare teatrale, nei dieci brani di Planctonche affonda le proprie radici nella terra umida della campagna toscana, nell’autunno pulsante di giornate passate attorno al tavolo.

Gli apripista Aaron e Plancton sono brani perfetti, completi, fatti di un’elettronica elegantissima e potente che attinge tanto dalle musique formelles di Xenakis quanto dalle fluidità à la Teardo. Dietro macchine e field recordings troviamo con piacere i progetti FRNKBRT e Tasto Esc fino alla collaborazione con Andrea Belfi. Fiori raccoglie le storie di anziani, bambini, turisti; frulla identità fluide in scintille di bellezza terragna. Una burrasca torrenziale di effetti che cade come grandine d’autunno sui silenzi del Fiori, regala un sound quasi ambient-drone, ricco di pitch e coperto di rugiada. La marcetta elettronica da festa paesana di Piazzale Michelangelo è stralunata e comunque lucidissima; con quell’organetto e fisarmonica che va a spasso con la drum machine, racconta verità attualissime. E qui più che altrove Fiori riprende il Battiato delle piccole cose legate alla quotidianità. La desaturazione solitaria di Margine, traccia di partenza per la creazione del disco, racconta con dignitosa disperazione l’impossibilità di rifugiarsi nell’amore come luogo di salvezza, in un mondo in cui tutto va a rotoli. Il realismo claustrofobico di Ho paura, splendida cavalcata sottovoce dalle atmosfere quasi dreamy o gli squarci radioheadiani della ballad per archi di Ivo e Maria regalano attimi di una dolcezza che appare disumana. Con la boutade di Mangia!, un po’ Human Behaviour, gli effetti si fanno sordi, il groove ipnotico dance è tribale, infantile e selvaggio nel suo tentativo di denuncia sociale (Novartis, la tangenziale, un imprecisato Terzo Mondo); dalla preghiera palustre e sfrontata di Madonna con bambino rubato, poeticamente disturbante e invasiva, si approda al finale strumentale di Sereno che con quelle percussioni metalliche come i ganci di un mattatoio si fa magnetico e spaziale.

Se quattro anni fa ci chiedeva di portarlo a fare «una mostra personale sul degrado ambientale delle spiagge del suo cuore», oggi Fiori non ci chiede più niente, invitandoci semplicemente ad assistere, in un perfetto equilibrio elettro-acustico, al suo macro tableau vivant di micro-storie. Qui finisce la presa di coscienza del cantautorato di Fiori, e inizia la pura bellezza dell’essenziale bisogno della sua musica.

10 Novembre 2016
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