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Il discorso inizia a farsi ripetitivo, se non propriamente offensivo, da parte dei produttori italiani verso il proprio pubblico di riferimento. Sì, perché prima di addentrarci meglio nel dettaglio dell’analisi della pellicola, urge ricordare che si tratta della quinta commedia in cinque settimane per il nostro mercato. Delle due, una: o i produttori sono realmente convinti che il pubblico-target del genere – ovvero le famiglie – passi dalla sala cinematografica davvero una volta a settimana in cerca proprio della commedia family friendly, oppure stiamo assistendo a quel lento preavviso che porterà al cataclisma, al collasso del sistema così come lo conosciamo oggi. Gli incassi raggiunti dai tentativi precedenti di certo non giustificano un calendario così fitto, mentre la spesa in termini di budget è giustificata solo nel caso in cui la produzione sia già cosciente del recupero monetario attraverso terzi (diritti televisivi, streaming, home video, sponsorizzazioni, fondi statali). La si guardi come si vuole, ma ci sembra che un’offerta talmente sconsiderata (generata poi da una domanda non all’altezza) possa portare presto a un rigetto totale da parte di quel pubblico al quale si dovrebbe ambire e che meriterebbe un po’ più di rispetto e considerazione.

Detto questo, 10 giorni senza mamma è probabilmente la prima delle commedie sopracitate (e del 2019) ad arrivare (appena) alla sufficienza, grazie ad alcune sottigliezze di scrittura che la elevano rispetto ai predecessori e alla solita di verve di Fabio De Luigi, che più volte ha saputo tirar su prodotti di discreta fattura anche oltre le aspettative (Metti la nonna in freezer, Questione di karma). Nulla di trascendentale, sia chiaro, né di originale (il film è il remake dell’argentino Mamá se fue de viaje del 2017), ma a differenza di copie sbiadite come L’agenzia dei bugiardi e Compromessi sposi, Alessandro Genovesi riesce a inquadrare (letteralmente e figurativamente) meglio il suo protagonista, donandogli quell’alone da perfetto stronzo che garantirà la sua prevedibile conversione. Sebbene alcuni colpi alla nostra schizofrenica società siano ben assestati, sopratutto per quanto riguarda il sottotesto lavorativo in cui campeggia la stramba figura di estrazione “fantozziana” del presidente Antonio Catania, o ancora al fatto che la donna non abbia ancora una concreta possibilità di scegliere tra famiglia e carriera, 10 giorni senza mamma non perde mai di vista il fulcro centrale della sua narrazione, ovvero un uomo chiamato a cementificare il rapporto con i figli dopo una vita passata coscientemente lontano da loro.

In questo contesto risultano quindi perfettamente credibili le performance dei tre giovanissimi attori chiamati a interpretare la progenie dello sventurato De Luigi: tra cliché che calcano la mano sulle turbe sentimentali dell’adolescenza e i complessi (auto)distruttivi dell’infanzia, il terzetto funziona e dona alla pellicola un’atmosfera corale che toglie il rischio di one man show per la star principale. Genovesi, che con questo firma il suo film migliore (il sesto in otto anni, il quarto con De Luigi protagonista), ha poi l’intuizione di girare il tutto a misura di bambino, assumendo quello stesso sguardo che un infante ha guardando i gesti (per lui) privi di significato degli adulti che lo sovrastano. Aiuta in questo senso l’ampio utilizzo della macchina a mano, utile anche alla giusta composizione del quadro in cui si svolge l’azione, con una cura e un’attenzione per il dettaglio invidiabile in prodotti come questo. Insomma, uno spettacolo più che godibile in vista delle prossime – ennesime – commedie in programma (arriveranno, nell’ordine, Un’Avventura, Modalità aereo, Croce e delizia e Domani è un altro giorno, seguite da saturazione e possibile fine del mondo).

8 Febbraio 2019
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