• Set
    08
    2017

Album

Secretly Canadian

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Nu Jeans e na Maglietta. Citando – in gag – Nino D’Angelo torniamo a parlare di Alex Cameron, artista australiano che, a quattro anni di distanza dall’esordio Jumping the Shark, torna a far parlare di sé con il secondo album Forced Witness. Forte della visibilità ottenuta grazie alla promozione fornita da Secretly Canadian (che ha ripubblicato Jumping the Shark nel 2016), in Forced Witness Cameron riporta spavaldamente in vita i suoi meta-personaggi, icone di un fallimento tipicamente americano (ma non solo), deplorevoli e patetici nei comportamenti, quasi ironici nelle parole del Nostro. L’epicentro di molti degli spaccati di vita dei derelitti umani raccontati nell’album è internet, inteso come luogo dove il maschio alfa libera le depravazioni più recondite, dal «So I live with a deep regret of all I do on the internet» di Candy May al «I’m waiting for my lover, She’s almost 17» di Studmuffin96 (nickname fasullo utilizzato per incontrare ragazzine minorenni), fino al «But there’s this woman on the Internet, She sends me pictures of her beautiful eyes» di True Lies, passando per il «Chasing pussy online ‘cause the dog’s feeling fine and he needs it» di The Chihuahua. Altrove ci si addentra in sudicie storie d’amore tra un «man on a mission» e una strip-girl (Runnin’ Outta Luck) e nella triste quotidianità di un senzatetto (Country Figs, «The worst part about being homeless is waking up from a dirty wet dream with a lap full of cum and a head full of steam»).

A contrastare le volgarità e le abissali tristezze dei protagonisti delle storie cantate da Cameron abbiamo un comparto musicale mai così spavaldamente pop e di facile assimilazione. Un po’ come accadeva nell’ultimo album di Kirin J. Callinan (Bravado), anche in questo caso la superficialità musicale diventa uno specchietto per le allodole. Se in Jumping the Shark erano ancora presenti le influenze digitali dei Seekae (progetto IDM in cui il Nostro ha militato per anni) portate su un tappeto 80s che frullava minimal synth, Suicide e John Maus in formato pop song, in Forced Witness si abbraccia invece tutta la grandeur del più pacchiano FM-pop/rock tardo eighties: tra chitarre, riff aperti e tastieroni, la ricerca dell’anthem è sempre dietro l’angolo.

Le velleità stadium-oriented scorrono lungo strade che appartengono alle sconfinate lande statunitensi. Tra paesaggi heartland che sembrano uscire dal Bruce Springsteen di Tunnel of Love e malfamati locali da camionisti con orchestrine da ballo (The Hacienda), si fa tappa certamente a Las Vegas, luogo simbolo del glamorama più futile. Qui l’australiano incontra Brandon Flowers regalandoci uno dei chorus migliori del lotto (Politics of Love), e riportando in vita quelle atmosfere nostalgiche che i Killers hanno sfortunatamente abbandonato dopo Sam’s Town. A livello prettamente musicale, diciamolo, Forced Witness non lascia il segno, non tanto per scelte stilistiche forse discutibili, quanto per una concentrazione di momenti memorabili non elevatissima. Il piattume da background music radiofonica affiora un po’ troppo frequentemente lungo i quaranta minuti dell’opera, e solo sporadicamente si ha la sensazione di essere davanti a qualcosa da tramandare ai posteri. Uno di questi momenti è sicuramente il duetto con Angel Olsen in Stranger’s Kiss (immortalato in un riuscitissimo video diretto da Jemima Kirke, anche protagonista dello stesso), traccia impregnata di un pathos tipicamente springsteeniano. Oltre a quello della già citata Politics of Love, anche il ritornello senza tempo (potrebbe arrivare da qualche hit minore anni ottanta come da qualche boy-band anni novanta) di Runnin’ Outta Luck si stampa facilmente in testa. Non da meno la filastrocca di Studmuffin96. Per il resto, gli scossoni più grandi vengono dati dagli inserti di sax (affidati al suo fido collaboratore Roy Molloy), equilibratamente divisi tra assoli e accompagnamento (in questi frangenti si sente la mano di Jonathan Rado dei Foxygen, qui nel ruolo di co-produttore).

Il disallineamento tra la potenza del soggetto e le qualità musicali suscita certamente qualche dubbio: lui è cinico e carismatico (le sue movenze sul palco sono probabilmente seconde solamente a quelle di Samuel Herring dei Future Islands), ma tutta questa enfasi e tutta questa convinzione che sembra riporre nel suo meta-personaggio faticano, per il momento, a confluire in soluzioni stilistiche realmente interessanti. Intendiamoci: Forced Witness si lascia piacevolmente ascoltare, ma non riesce ad essere sempre trascinante quanto dovrebbe.

15 Settembre 2017
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