• giu
    29
    2018

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NON Worldwide

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I progetti paralleli che hanno impegnato il musicista taiwanese-canadese Alex Zhang Hungtai dal 2014 a oggi hanno contribuito, com’era sua intenzione, ad allontanarlo ulteriormente dagli stilemi caratterizzanti del suo alter ego Dirty Beaches: un crooning retromaniaco e un incalzante noise-rock ad alto tasso di sample. Tra i tanti progetti ci sono una collaborazione con l’auteur ambient Dedekind Cut, un album di drone jazz a nome Love Theme con Austin Milne e Simon Frank e una performance free jazz in veste di sassofonista con David Maranha e Gabriel Ferrandini pubblicata con il titolo Âncora. L’eccezione che conferma la regola è la sua comparsa come membro del one-off group Trouble nel quinto episodio della terza stagione di Twin Peaks, una sorta di surreale déjà vu per chi, fin dai tempi di Badlands (2010), aveva individuato nella musica di Dirty Beaches dei riferimenti “lynchiani”. A voler ben vedere, le ultime uscite di Dirty Beaches in qualche modo già anticipavano la direzione dei primi lavori firmati con il suo nome di nascita. Le scarne composizioni al piano dell’EP Hotel (2014) erano destinate a tornare nell’album di classica contemporanea in chiave lo-fi Knave of Hearts, uscito nel 2016 per Ascetic House. Le desolate tirate ambient di Stateless, sempre del 2014, indulgevano in un senso di spaesamento che ritroviamo in Divine Weight, questo EP ospitato dalla NON Worldwide di Chino Amobi, Nkisi e Angel-Ho. Nel tentativo di liberarsi dal suo passato musicale, Hungtai sembra dunque aver ritrovato se stesso nelle forme più “libere” di free jazz, ambient e drone: Divine Weight è il primo picco di questa nuova fase della sua carriera.

Il materiale di partenza per queste cinque composizioni sono degli sketch sonori, tra cui delle improvvisazioni al sassofono, riplasmati e deturpati in digitale. Hungtai ha chiamato queste registrazioni grezze delle composizioni «fallimentari», in alcuni casi trasformate in pattern per un sintetizzatore granulare e sottoposte a una radicale rimanipolazione. Fin dalle prime note di Pierrot, è chiaro quanto Hungtai abbia concepito questo processo compositivo come una sorta di sublimazione, un escamotage per estrarre dal fallimento la colonna sonora di un’estatica riappacificazione con l’atto creativo. Fatta eccezione per i semi-regolari, relativamente scanditi rintocchi al piano, il corpo del brano è travolto da una marea di effetti e oscillazioni, quasi a voler indietreggiare per paura di imporre una struttura. In Pierrot come nella macabra, opprimente This Is Not My Country, il suono del sax si espande e si affievolisce fino a perdere il proprio timbro, quasi a volersi trasformare in voce, una sinfonia d’archi o un drone in caduta libera. Della performance di partenza non rimangono che le meccaniche del respiro. Complice la presenza costante di un inalterato, rumoroso sciabordio, è in questi due brani che il processo di scoloritura e degradazione del suono più avvicinano l’ambient di Divine Weight al lavoro di William Basinski.

Pur essendo votate alla ripetizione, alla circolarità e alla sospensione del tempo, le astrazioni di Divine Weight alle politiche del sottofondo preferiscono il dramma. Parte del fascino di questi brani risiede proprio nell’impossibilità di goderne in pieno rilassamento. In Matrimony Hungtai allude alla new-age, ma i suoi cori al sintetizzatore sembrano trasalire a ogni minima, imprevedibile interruzione, più che inseguire soluzioni armoniche. Yaumatei proietta sospensioni Zen, per poi scontrarsi con inquietanti field recording e sprofondare in un incubo industrial non troppo lontano dalla Diamanda Galás di The Divine Punishment. La title-track occupa metà del disco, venti, formidabili minuti consacrati al perpetuo traballare di un imponente organo di chiesa in crescendo. Che il disco si chiuda con un cenno alla musica sacra pare appropriato: il “peso divino” trasmesso da Hungtai in questo EP sembra risiedere in una conciliazione impossibile di claustrofobia e liberazione.

13 Settembre 2018
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