Recensioni

7

Il canto del cigno, per la sigla Dirty Beaches – dietro cui si cela il nostro caro “apolide del rock” Alex Zhang Hungtai, così lo definimmo all’epoca del nostro speciale – si materializza lontano dalle lande cinematographic/lo-fi/50s rock con cui lo avevamo apprezzato all’altezza di dischi come Badlands e Drifters/Love Is The Devil. O meglio, legandosi ad alcuni passaggi più ambientali e fantasmatici proprio di quest’ultimo doppio album, li estremizza partendo dal presupposto comune della creazione di atmosfere; ma qui di immagini e immaginari (filmici) non vi è traccia, solo evanescenza.

Un album composto da quattro lunghe tracce strumentali, alle quali ha collaborato Vittorio Demarin, già batterista dimissionario dei Father Murphy, in cui le atmosfere si dilatano su territori ambient-droning leggiadri, romanticamente accesi da corde – la lunga, conclusiva e (e)statica Time Washes Away Everything o l’iniziale Displaced, duello tra la viola di Demarin e i drones di synth del titolare – o stratificati per aumentare la massa sonora (la title track, dove emergono gli sbuffi di sax di Hungtai) e “simulare” flutti oceanici (Pacific Ocean). Procedimento messo in atto al fine di definire spaesamento e perdita dell’identità territoriale (con tutte le riflessioni filosofiche ed esistenziali che ne conseguono), elementi che hanno formato l’architrave del progetto Dirty Beaches sin dagli esordi e che ora giungono a concluderlo, perché come nota Hungtai nel booklet, “all Seasons are cyclical, like real life shit”.

Una dipartita sentita e toccante per la quale però non bisogna disperare; le ultime notizie danno Hungtai attivo con un nuovo progetto chiamato Last Lizard e on stage addirittura con David Maranha e Gabriel Ferrandini.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette