Recensioni

7.2

Mentre Reagan e Gorbačëv a Washington firmavano un trattato per l’eliminazione di missili a lunga gittata, i Simpson esordivano in Tv e Joshua Tree era negli scaffali dei negozi di dischi. Era il 1987 e in quell’anno veniva assassinato brutalmente Thomas Sankara, il “Che Guevara africano” diventato primo presidente del Burkina Faso. Il combattente intendeva l’imperialismo un sopruso che si manifesta in modi «sottili: un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto». Le parole di Ryan Mahan degli Algiers sono pronunciate più di trent’anni dopo e rafforzano l’idea che gli anni siano solo una convenzione: «Ovunque l’imperialismo reprime le storie macabre del nostro passato, presente e futuro».

Il quartetto è tornato con There Is No Year, album che arriva dopo due anni di tour e due dischi acclamati come l’esordio omonimo del 2015 e il celebrato The Underside Of Power. Quando fai post punk (ne abbiamo ampiamente parlato in questo long form) ti viene naturale spingere sull’acceleratore: IdlesFontaines D.C. in primis insegnano quanto sfrontatezza ed energia riescano a smuovere qualcosa persino in questo periodo storico apaticamente iper-digitalizzato. Ma gli Algiers c’erano prima ancora di questa esplosione post punk e sarà anche per questo che la loro parabola artistica è sempre stata inclusiva e non esclusiva. Da questo punto di vista There Is No Year si spinge persino più in là di The Underside Of Power.

I ritmi sono più dilatati (bisogna arrivare alla conclusiva Void per sentire venir giù lo stereo) e la produzione ancora più attenta ai dettagli; ai sussurri e alle ritmiche di sottofondo di Losing Is Ours, alle ibridazioni ottantine di Chaka, agli arpeggiatori vintage di Nothing Bloomed. Il terzo album degli Algiers va più a fondo, oltre il lato oscuro del potere. Questo atto di coraggio implica due conseguenze. La prima: un plauso alle ambizioni del quartetto, mentre la seconda rappresenta l’unico difetto di There Is No Year, ovvero l’assenza del singolo come, per esempio, nello scorso album era la title track.

Per una band concettuale come gli Algiers non c’è niente di più coerente: i ragazzi non hanno mai pensato alla musica come un mero tramite, ma come atto rivoluzionario che da un lato implica un ruolo divulgativoinformativo dell’artista, dall’altro una partecipazione attiva dell’ascoltatore, non certamente relegato allo status di utente o fruitore. Il quartetto non ha mai dato l’impressione di essere sprovveduto, eppure qui c’è una maturità ineccepibile. Discorso che non vale solo per l’accuratezza prima citata, ma anche per come la tracklist e le dinamiche dei singoli brani sono stati pensati.

Certo, manca un po’ la fuliggine e il furore ma di esempi ne troveremmo a quintali: dalla dicotomia live / studio dei Joy Division, ai due album più sperimentali dei Radiohead. Come a dire: ad alzare il volume non ci si mette niente, altro discorso è far sentire all’ascoltatore il peso delle immagini che Franklin James Fisher canta con trasporto ineffabile. There Is No Year ha quindi la capacità di trasmettere testualmente e musicalmente un’America immersa nel caos, l’hauntology, la violenza, la fine del mondo imminente e, soprattutto, fiamme ovunque: per le strade, avvolgenti come pioggia dal cielo, lingue di fuoco su cui ballare, urlare vendetta o sperare rivalsa.

Su tutto questo aleggia una sola certezza; “il silenzio ha un peso”. E per non rimanere schiacciati da questo fardello occorre parlare, urlare, prendere posizione, esprimere il proprio punto di vista. Gli Algiers non rincorrono l’armonia, ma la razione. Spingono chiunque attraversi la loro strada a decidere: con o contro, niente vie di mezzo. Ecco, il loro terzo disco nasconde in nuce la voglia di superare gli ostacoli comunicativi e superarsi in termini artistici. Ancora una volta, vale la pena seguire la rotta. D’altronde, era tutto magnificamente contenuto in quell’inaspettata Can The Sub_Bass Speak: «What is this fusion? Man, it’s more like confusion».

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