Solid Gold: la rinascita del post punk

“People like you are the reason this album needed to be written in the first place. When you’ve got your salary, and your cosy little ivory tower, you’re dead happy to spout off about artistic integrity and us getting there together. But the minute you’re asked to back your promises up with some strength of character, you come apart. You say you love good music, but you can’t listen to it that carefully if you treat people like this.”
(Guy Mankowski, How I Left the National Grid: A post punk novel, 2015)

C’è un momento nel film Joker di Todd Phillips in cui il protagonista capisce di aver toccato davvero il baratro perché vede in faccia la realtà e realizza che si era inventato una storia d’amore immaginaria e lasciato cullare dalle bugie fantasiose di sua madre. In quel preciso istante rivive in lui il passaggio labile ma fondamentale che c’è tra punk e post punk, quello che porta dal “fuck you!” al “I’m fucked”. A pensarci bene, lo scenario che ha visto negli ultimi anni un numero sempre maggiore di band angloamericane imbracciare le chitarre e coniugare distorsioni con varie forme estetiche rielaborate, è tremendamente simile a quello che più di quarant’anni fa sanciva la fusione delle spille da balia dei Pistols nel Metal Box dei Pil.

Reagan e Thatcher, Trump e May (o Johnson): la retromania ha affondato i canini anche sulla politica e gli stessi slogan scissionisti e suprematisti sono echi di motti che tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta riecheggiavano nei parlamenti di Londra e Washington. La crisi del 2008 ha certamente favorito l’oscuro periodo di realismo capitalista che stiamo vivendo, così da determinare una fondamentale scelta da fare: attaccarsi al proprio salario (finché c’è) e rintanarsi nella propria torre d’avorio oppure alzare la voce, il volume, e cominciare a raccontare un vissuto quotidiano fatto di apatia, ansie e paure che mai come in questi anni sembrano essere così condivise. Dal punto di vista musicale, in molti (soprattutto giovanissimi) hanno scelto la seconda opzione. Hanno fronteggiato le dinamiche sociali e artistiche diventando reazione alla passività e all’egemonia della trap.

In un preziosissimo volume intitolato Post Punk Then And Now Gavin Butt, Kodwo Eshun e Mark Fisher raccolgono un ciclo di conferenze tenutesi nell’autunno del 2014 alla Goldsmiths University di Londra. L’oggetto delle lecture è ovviamente il genere musicale che “nella sua irrequietezza, nella sua allusività e nel suo spingersi oltre […] ha affermato con vigore la possibilità che la cultura potesse essere allo stesso tempo popolare, sperimentale e animata da intenti intellettuali”.  Nel post punk, infatti, coincidevano grande creatività artistica e un periodo storico di crisi sociopolitica (il menzionato tatcherismo). È proprio questo parallelo, secondo Butt, a generare negli anni ’10 del Duemila un’attenzione verso il genere, sia in senso diacronico che sincronico.

Emul rock e revivalismo Post Punk

Quasi specularmente, con uno scarto di quarant’anni, dal 2017 o giù di lì assistiamo a un continuo fiorire di band post punk provenienti in dosi massicce dalla Gran Bretagna, ma anche da Stati Uniti e Canada. Nel 1977 i Wire con Pink Flag davano vita a quelle “ruvide lacerazioni urbane”, per usare le parole di Jon Savage, che serpeggiano ancora nel 2017 tra la “rabbia carismatica e il suono istintivo” (Tim Mobbs su Drowned In Sound) dell’esordio degli Idles e l'”intelligente, potente e virtuoso” (Phil Mongredien sul Guardian) secondo album degli Algiers.

In mezzo il Duemila e una ventata di revivalismo tirato a lucido e impacchettato in quel movimento indie che ha visto esplodere tantissime formazioni rock ad alto carico energetico, molte col tempo furono relegate a ruoli minori, ma tutte immortalate in questo nostro articolo dell’epoca. Chi ha avuto successo all’epoca furono certamente gli Strokes, che da New York rielaboravano i Velvet Underground in un garage rock attratto fortemente dal punk. Subito dopo di loro i conterranei Interpol e i loro incastri ritmici su chitarre dilatate, voce baritonale e un’oscurità avvolgente. Nel frattempo, in Gran Bretagna sbocciavano gli Arctic Monkeys da Sheffield (i più convincenti sulla lunga distanza), i Franz Ferdinand da Glasgow, gli Editors da Birmingham e londinesi Bloc Party. Brani tirati, bpm alti e una frenesia gioviale sono i tratti salienti di queste band britanniche: formazioni che raccolgono il post punk dal punto di vista estetico ma non concettuale.

In America è il dancefloor a dettare legge, come dimostrano brani ad alto tasso dinamico e con un piglio più o meno legato al tocco dance. In quegli stessi anni, infatti, sull’altra sponda dell’oceano esordivano i Killers di Las Vegas e si consolidavano i newyorchesi Rapture. Questi ultimi accasati alla Dfa Records, etichetta di James Murphy che nel 2002 aveva dato vita agli spumeggianti Lcd Soundsystem, collettivo che ha il suo credito nei confronti del post punk così come, in parte, lo ha un altro ensemble, ma dobbiamo spostarci a Montreal per citare gli Arcade Fire. Sono questi i principali protagonisti del revival post punk degli anni Zero. A loro fanno seguito un decennio più tardi i Parquet Courts di New York.

Sono anni frenetici in cui MySpace e Napster ridisegnato le coordinate del far musica e riscrivono le proporzioni che legano artisti e pubblico. Allo stesso tempo, l’11 settembre 2001 aveva impattato anche nell’ambito musicale, come dimostrano le varie New York City Cops, New York I Love You But You’re Bringing Me DownNYC. Insomma, un totale riassetto interno ed esterno a quel music biz che, fiutato l’affare indie, pesca a piene mani dal setaccio e contribuisce all’esplosione definitiva di alcune di queste formazioni.

Back to the true meaning of it

Queste band, in maniera differente per ciascun caso specifico, condensavano nella propria cifra stilistica elementi post punk, ma la maggior parte di loro era fortemente ancorata al pop. I suoni sono per lo più puliti e i brani mantengono un minutaggio radio friendly. Insomma, in generale, il post-11 settembre semina musica non troppo allegra, ma comunque orbitante attorno al music business. I testi di questi gruppi sono per lo più personali, introspettivi e di rado pongono l’accento sul collettivo, non sembrano – citando Reynolds – “inestricabilmente connessi alla turbolenza sociale e politica della loro era”.

In ambito musicale, i terremoti sonori che mescolano le carte in tavola tra gli anni ’00 e gli anni ’10 sono quello orbitante attorno all’Hip Hop (e che dunque si estende all’RnB) e tra, fortune alterne, quello che si agita attorno al britannico grime. Rapper appartenenti alle due lande vincono premi (a Skepta il Mercury Prize, a Kendrick Lamar il Pulitzer per la musica) e scalano classifiche. In generale la crisi economica del 2008 crea una crepa le cui spaccature si diramano negli anni fino a rendersi visibili nell’era di Trump e della Brexit; sconvolgimenti che lacerano i tessuti sociali di Stati Uniti e Gran Bretagna rendendo rovente un clima di pesante xenofobia, incertezza economica e instabilità politica. Conservatori e repubblicani soffiano sulle paure del diverso e sul precariato mentre l’industria musicale mette le chitarre in soffitta per galvanizzarsi su bassi potenti, ritmiche a base di scalcinate Roland e barre pungenti.

In questo clima Sleaford Mods e Fat White Family si contendono il titolo di outsider facendo leva sul loro post punk ruvido e impegnato sia dal punto di vista sonoro (i primi con venature hip hop, gli altri con spasmi rock psicotici) che da quello testuale. Così nel 2015, il trio atlantino Algiers debutta per Matador (stessa label degli Interpol) con un album omonimo che mescola psichedelia, post punk, gospel e sample in un preciso manifesto sociopolitico. D’altronde, il cantante Franklin James Fisher è figlio di quella crisi che lo costrinse a lasciare il lavoro in banca permettendogli di canalizzare la sua rabbia e quanto toccato con mano nella musica. L’esperienza diretta è una prima caratteristica del movimento post punk post-00’s: chi scrive spesso vive sulla propria pelle drammi sociali (per Talbot degli Idles la tragica morte della madre che fa scattare le riflessioni sul Nhs) che riporta in versi. Un secondo elemento fondamentale è ricoperto dal ruolo giocato dal punto di vista etico ed estetico da alcune etichette (vedi la Partisan, casa di Idles e Fontaines Dc). Infine, è di centrale importanza il carattere “local” delle band; per esempio, gli Algiers provengono da quella Atlanta dove il settore trasporti nel 2014 segna un ennesimo collasso le cui cause risalgono alla segregazione razziale e a una house policy discriminante.

Irony. Utility. Pretext.: il 2017

La diffusione di gruppi post punk si acutizza nel 2017 con l’esplosione degli Idles di Bristol, band che nell’arco di un anno e con una manciata di album arriva fino al quinto posto della Official Chart britannica. Anche la città del Sud ovest dell’Inghilterra vive problematiche sociopolitiche legate ai trasporti e, soprattutto, alla salute dei cittadini, seriamente minacciata dall’inquinamento atmosferico. Non è un caso che Talbot dichiari in un’intervista per il lancio del debutto Brutalism: “When I’m in a pub with my friends, I’m not saying lines from a Black Eyed Peas song; I’m saying lines from my own songs. I’m not there saying tonight’s going to be a good night, I’m saying, I hate that Tory prick”.

L’esordio dei bristoliani incrocia saturazioni made in Pistols a ritornelli Oi! e testi arguti. C’è la critica al Nhs (Divide & Conquer), alla borghesia che associa lo stato di povertà alla scarsa voglia di lavorare (Well Done), alla “toxic masculinity” (Mother) e persino ai critici d’arte poco raffinati (Stendahl Syndrome). Brutalism viene premiato nelle liste dei migliori album di fine anno, quello stesso 2017 in cui gli Algiers fanno uscire The Underside Of Power, un disco registrato in gran parte a… Bristol, in cui riferimenti a T.S. Eliot, l’Antico Testamento, The New Jim Crow, Tamir Rice e Hannah Arendt, sono trasportati su brani viscerali e pieni di soul, momenti meditativi e riflessioni personali. Il secondo album degli statunitensi  suona come nastri contesi da Russ Terrana e Martin Hannett che raccontano di come Fela Kuti si sia lasciato sedurre da Skepta, Depeche Mode e dall’ascolto di Throbbing GristleHail To The Thief e John Carpenter. Gli Algiers narrano il presente con la stessa violenza della trilogia della morte di Lucio Fulci, annotano sul proprio taccuino con accuratezza nomi, date e luoghi per documentare il tragico quotidiano che si intreccia con la storia.

Il rumore prende il sopravvento, i giovani la platea: in quegli stessi anni muovono i primi passi band come i Cabbage da Manchester, che nell’Ep Uber Capitalism Death Trade (fine 2016) va riprendersi il furore Buzzcocks e la poliedricità degli A Certain Ratio calandoli nell’era “post” tutto, resa in tutto il suo realismo in Tell Me Lies About Manchester. Se i mancuniani – definiti “idiosyncratic, satirical attack in the form of discordant neo post-punk” – si appellano agli spettri di un passato lontano ma ancora tangibile in qualche forma di sopravvivenza, gli Shame di South London fanno i conti con il presente: “We would like to take this opportunity to humiliate and debase her (Theresa May, l’allora Primo Ministro britannico, 2018) frankly evil political record even further with this, the world’s worst love song”. Il loro esordio, Songs of Praise (inizio 2018)drappeggia la base post punk con rabbia, invettive politiche e la voglia esplicita di fuggire dall’etichettatura “indie” e lasciarsi alle spalle una volta per tutte l’effervescenza brit pop. Tutto questo è ben chiaro nei versi dei ventenni, come i seguenti: “My nails ain’t manicured. My voice ain’t the best you’ve heard and you can choose to hate my words. But do I give a fuck. Socks are old and shoes are broke. Lungs are tired ‘cause they’re filled with smoke. Wallet’s empty. I’m going broke. But i’m still breathing”.

Today, More Than Any Other Day: il 2018 pt I

Nel 2018 i canadesi Ought pubblicano il loro secondo album, opera più quadrata e smussata del precedente Lp (Sun Coming Down, 2015) e soprattutto dell’Ep More Than Any Other Day (2014). Questi ultimi fanno perno su prese dirette di sessioni più o meno lunghe, spesso improvvisate, che si muovono nell’ombra di intrecci di chitarre in stile Television immersi in ambientazioni Wire e salmodianti linee vocali che riportano alla mente il compianto Mark E. Smith e i suoi Fall. Il quartetto di Montreal – formatosi nel bel mezzo delle rivolte studentesche per l’aumento delle rette universitarie in Quebec nel 2012 – si rifugia nei tanti riferimenti letterari, per lo più indicati dal cantante Tim Darcy. Questa dimensione artistica ci riporta al ruolo fondamentale che le scuole d’arte (Reynolds in Post Punk) ebbero nella formazione e nell’arte di molti gruppo post punk nati tra il ’77 e l’84, precisa Darcy: “There’s something about that kind of avant- approach to pop that’s very inviting, like Andy Warhol and his New York scene, like Patti Smith and all, that we are very attached to, we’ve drawn a lot of energy from that. It’s a wonderful vein between being fresh and exciting and experimental but also having this kind of timelessness and this connection to pop and, again, like an avant-pop, it really hits a centerpoint for us”.

Il professor Matthew Worley dell’Università di Reading è tra gli accademici più attenti ai fenomeni punk e post punk. Alcune delle sue analisi riguardano la concezione di questi movimenti come eventuali “risposte culturali alle forze politiche e socioeconomiche prevalenti in Gran Bretagna tra il 1976 e il 1984”, la loro probabile capacità di ridefinire classi sociali e identità di genere e personali e la possibilità che offrissero ai giovani una forma di dissenso e, allo stesso tempo, fossero allo stesso tempo fenomeni nazionali e regionali. Ebbene, due di questi quattro punti sono rintracciabili nel post punk post-00’s: la reazione artistica a fenomeni politici e il suo carattere glocalizzante. Più articolato e il discorso sulla cultura giovanile, meno attiva e presente come un tempo, mentre il pensiero sul gender e la presenza femminile è riscontrabile anche quarant’anni dopo.

She Will: donne del post punk

Troviamo, così, gli statunitensi Pwr Bttm, queer punk duo attento alle tematiche Lgbt+ e coinvolto in un risonante scandalo di molestie sessuali, ma soprattutto band come Savages e Priests. Il quartetto londinese tutto al femminile ha raggiunto ben presto il successo con due album che hanno messo d’accordo pubblico e critica: sia Silence Yorself (2013) che Adore Life (2016) – nominati entrambi al Mercury Prize – pagano il debito con le band della Factory e l’inevitabile talismano Siouxsie & The Banshees, il loro sound, più grezzo nel primo caso e più elaborato nel secondo, è fatto da ritmiche marziali, un basso potente e chitarre lancinanti. Su tutto questo si posa la drammatica voce di Jenny Beth, una che sul palco ci sapeva stare sin dai primi concerti della band, come confessa a Jon Talbot degli Idles su Crack: “So my first idea was to go on stage and stare people in the eyes and get something out of it, otherwise I don’t want to do this”.

 

La presenza femminile è massiccia, seppur non totale, anche nella band di Washington Dc Priests. Politicizzati, nevrotici e con derive noise, l’esordio Nothing Feels Natural (2017) e The Seduction Of Kansas (2019) sublimano il sound di un gruppo post punk fuori e dentro il palco, concettualmente e musicalmente. Non è un caso che all’epoca Laura Snapes su Pitchfork, scrisse in diretta che non si sentiva un debutto punk talmente forte dai tempi di Silence Yourself delle Savages. Per vicinanza geografica e ideologica, i Priests sono a tutti gli effetti gli eredi della forte tradizione musicale di Olympia. La città è stata fucina sin dagli anni Settanta di numerose band emerse dal sottobosco della controcultura giovanile. Lo ha fatto sublimando il post hardcore a stelle e strisce (Unwound, Survival Knife), diventando il centro nevralgico del movimento riot girrrl (Bikini Kill, Bratmobile) e ospitando nel 1991 il festival punk e indie rock International Pop Underground Convention, senza dimenticare le etichette della città: Kill Rock Stars e K Records.

Discendenti del riot girrrl son anche formazioni russe e britanniche. Rientrano, infatti, a pieno in questo excursus le Pussy Riot, per cui sarebbe superfluo sottolineare quanta politica e lotta per i diritti, così come quanto livore iconoclastico punk, siano presenti nelle azioni artistiche e dimostrazioni sociali del trio. Aumentiamo di un’unità per formare la lineup delle Goat Girl di South London, quartetto che debutta con l’omonimo disco nel 2018 e presenta un post punk ricco di influenze, sfrontato e riottoso al punto che il Guardian sembra non aver esagerato quando le definiva “pronte a rivoltare e strappare le budella alla musica indie”. Infine, femminile è anche la voce dei Second Still, band fedele al post punk ma attratta dalle oscurità dark wave che immerge nel pessimismo l’omonimo esordio del 2017 e il successivo Violet Phase (2019).

How Many: il 2018 pt II (entro e oltre i confini angloamericani)

Si diceva, quindi, del 2018 come annus mirabilis del sound post punk post-00’s. Infatti, in quei dodici mesi vengono alla luce l’ottimo Joy As An Act Of Resistance degli Idles, il disco che permette alla band di sfondare nella Top 10 britannica, e una massiccia dose di album dello stesso genere riempiono gli scaffali. Gli Iceage di Copenhagen pubblicano il loro quarto album Beyondless, meno ispirato dei precedenti ma forte di una vena dark (Nick Cave su tutti) in cui il post punk cristallino degli esordi continua a far capolino. Anche i Protomartyr di Detroit escono con una raccolta di brani, si tratta di un Ep (Consolation) che riassume quanto fatto nei quattro precedenti dischi in cui convivono “dinamiche ritmiche serratissime, chitarre urgenti e sul punto di sbroccare da un momento all’altro, stacchi eterei, grande senso di disillusione generale”. Tutto già presente nell’esordio, No Passion All Technique (2011) ristampato nel 2019.

Nello stesso anno debuttano in Lp i Frigs di Toronto (a metà strada tra Diiv e Fews) e i Moaning di Los Angeles (che somministrano ai Joy Division un trattamento dream pop), le due formazioni gravitano attorno a un post punk lisergico, imbastardito dall’indie e scevro di pretese “art”. Quest’ultima caratteristica viene ripresa invece sia dallo sperimentalismo oscuro dei messicani Exploded View, che proprio nel 2018 tornava alla ribalta grazie al loro secondo album, sia dalle geometrie meccaniche dei canadesi Preoccupations, i furono Viet Cong che hanno trovato nel terzo disco globale del progetto la quadratura del cerchio.

 

49 Guitars & One Girl: il 2019 e la British new wave

Se il 2018 è fondamentale per il numero di album dal suono post punk pubblicati, il 2019 è l’anno della “nuova linfa post punk della scena inglese”. Come evidenziato da Zagaglia in queste pagine: “All’ombra della Brexit e di tutte le ingiustizie sociali, da qualche anno la scena (post) punk albionica sta trovando nuova linfa nel raccontare l’here and now con linguaggi ancorati al contemporaneo, partendo dalle lezioni del passato. [Alcune] band hanno già trovato il loro posto di rilievo all’interno dell’attuale panorama musicale […] maggiormente underground, legato a doppia mandata alla città di Londra, tornata finalmente attiva dopo qualche anno di stallo grazie alla scena della Blue Flowers Record, e soprattutto grazie a una serie di giovanissime band alle prese con il lato più artsy, free-form del post punk: black midi, Black Country, New Road, Squid (di Brighton ma stanziati a Londra), Sistertalk, senza citare gli Hotel Lux e i Nervous Conditions già sciolti dopo le accuse nei confronti del frontman Connor Brown”.

In queste formazioni emerge un impulso artistico vivo e ricco di contaminazioni. Queste band si fanno carico dell’arduo compito di raccogliere le schegge impazzite staccatesi dall’irriverenza e dalla vasta gamma di suggestioni di Devo, Gang Of Four o Pere Ubu. Questa nuova ondata di band a matrice chitarristica preferisce voltare le spalle ai synth e, in generale, all’elettronica. Potremmo dire che mentre Fall e Joy Division sono i riferimenti più ricercati – non escludendo un certo appeal modaiolo in questa relazione, vedi il merch di H&M o il grande attaccamento dei britannici per Mark E. Smith – di questo periodo. Anni in cui lo sperimentalismo post punk pende comunque verso il rock, non sfruttando le potenzialità elettro-esotiche care, per esempio, ai Cabaret Voltaire.

No Place Like Home: il “caso” Dublino

In riferimento all’aspetto “regionale” del genere che si notava in precedenza, ecco un fenomeno particolare che vede in Dublino la culla di formazioni post punk che esordiscono nel 2019, come Fontaines Dc Murder Capital, probabilmente trainate dai conterranei Girl Band. Secondo Rolling Stone, questi ultimi riescono nell’intento tutto irlandese di “torturing their instruments with dead-eyed precision and diabolical resolve. The dank, relentless music sounds like it was recorded in a meat locker under a fallout shelter”. Non sorprende quindi che, come ci hanno confessato in un’intervista, il sound del loro album The Talkies sia stato forgiato durante le registrazioni avvenute in un vecchio rudere nelle Midlands dell’Isola di smeraldo. Sarà per questo che entrambi i due album del quartetto dublinese (The Talkies del 2019 e Holding Hands With Jamie del 2015) si sono spinti fino all’undicesimo posto delle classifiche irlandesi.

Gli esordi di Fontaines Dc e Murder Capital sono fulminanti: i primi (candidati direttamente ai Mercury Prize con Dogrel) frullano il ’77 strizzando l’occhio all’indie britannico degli 00’s, mentre i loro coetanei si rintanano nei piaceri sconosciuti di un oscuro pessimismo che rende When I Have Fears un album marmoreo ma capace di trasmettere calore. Quella Dublino “centro della paralisi” che ha stregato Joyce, continua a fare sfaceli. Ma, ancora una volta, sono le chitarre a farla da padrone. A conferma di trovarci di fronte a un lungo revival del primo post punk, quello che non ha ancora fiutato le infinite soluzioni elettro-esotiche degli anni Ottanta.

We Are Time: quarant’anni e… sentirli

A quarant’anni da un altro punto focale per il post punk (nel ’79 abbiamo album di Cure, Joy Division, Fall, Gang Of Four, Pop Group, Pil, Devo, Pere Ubu, Siouxsie and the Banshees) i figli della generazione che in quel passaggio di decennio frequentava la Factory o il Cbgb hanno cominciato a suonare i vinili dei genitori, lasciandosi alle spalle il pop punk patinato d’inizio millennio e imboccando la strada delle saturazioni o delle sperimentazioni (elettroniche piuttosto che jazz o brit). Il risultato è un panorama variegato, seppur perlopiù circoscritto, che al momento non sfrutta appieno le contaminazioni esotiche contemporanee ma, d’altro canto, non era così florido da decenni.

Sì, perché l’elenco diventa imponente se al solo 2019 si aggiungono album minori ma pur sempre ascrivibili al post punk come quelli di Bodega e Patio di Brooklyn, Necking e Nov3l di Vancouver, Gotobeds di Pittsbourgh, Hash Redactor di Memphis, Pottery di Montreal o Truth Club dalla Carolina (per dover di cronaca, tocca tenere d’occhio di Do Nothing di Nottingham). Il 2019 ci ha, infine, consegnato due dischi che confermano quanto il post punk continui a rimbalzare tra le coste dell’Altantico, si tratta delle opere dei B Boys di Brooklyn e dei Drahla di Leeds (nello stesso anno pubblicano il terzo album anche gli angolari Omni di Atlanta). Dettaglio importante perché ribadisce quanto il post punk sia in primis fenomeno britannico, poi allargato ai cugini a stelle e strisce, e, infine, contaminante anfratti ben più calorosi e colorati della Manchester del 1979, come dimostrano i nostrani Havah e Soviet Soviet. Alcuni di questi gruppi rientrano nella lista (più di 130 artisti) stilata da Ian Manire, esperto di post punk che nel suo blog cura periodicamente interi box set sotto forma di mix dedicati al genere.

How Did This Happen !?: cos’è e cosa sarà

Le band post punk post-00’s sono consapevoli di arrivare “dopo” e per questo cercano di andare oltre il revivalismo spiccio. Pur riprendendo in mano un certo impegno sociopolitico – cambio di tendenza rilevante rispetto i primi anni Duemila -, sono in larga parte disinteressate a manifesti politici o a fare della propria arte un corollario del proprio credo ideologico quotidiano, come fu per gli Scritti Politti. Allo stesso tempo, forse e soprattutto a causa degli sconvolgimenti avvenuti nell’industria musicale (basti pensare al disuso del feticcio fisico e quindi delle zine, così come a un generale periodo di crisi prolungata) non si tratta di formazioni che puntano a “combattere un sistema”, né dall’interno né dall’esterno. Questo perché una cultura di riferimento, anzi una controcultura, non c’è più e con essa le nicchie sono sempre meno caratterizzate, probabilmente per il periodo post-ideologico in cui viviamo.

Ad ogni modo, è innegabile che negli ultimi anni sono molti i gruppi che grazie alle scene underground (Washington Dc o Bristol), a città problematiche (Atlanta o Dublino) ed etichette che hanno a cuore un roster esteticamente coerente (Partisan, Sub Pop, o Matador), si stanno imponendo alle masse con sfrontata libertà sonora e acuta capacità analitica. Come rilevato più volte, affinché questo periodo d’oro non venga soffocato dal prossimo fenomeno sonoro è necessario che si evolva, che abbracci elettronica ed esotismi cari alla seconda fase della Factory mancuniana. Staremo a vedere, nel frattempo è rassicurante quanto queste band siano convincenti e, soprattutto, credibili: is it too real for ya?

3 Dicembre 2019
3 Dicembre 2019
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