Recensioni

7.6

Quale gioia sprigiona questo disco, secondo album degli Altın Gün a seguire l’esordio On del 2018. Provenienti dall’Olanda, con una passione incontenibile per la tradizione della Turchia (tra i sei componenti della formazione, ve ne sono in effetti un paio di origini turche), in particolare per le sonorità dell’Anatolia, gli indomiti eroi attivi in Europa appena dal 2017 e capitanati dal fondatore/bassista Jasper Verhulst – già nella band del barrettiano Jacco Gardner – sbalestrano coordinate geografiche e riferimenti di genere. Prediligono l’elettricità e fanno parte della nuova scena rock psichedelica, ma sono già unici: merito dell’uso sempre fresco e coinvolgente di ingredienti mediorientali, folk e world, resi attuali grazie all’ibridazione con stilemi afroamericani e un approccio super divertente eppure mai svaccato, focalizzato al contrario sul valore amalgamante della musica (non deve stupire, quindi, che a occuparsene sia Glitterbeat). Musica che sa essere al tempo stesso trascinante e trascendente, in un ipotetico party fra Goat, King Gizzard & The Wizard Lizard, The Comet Is Coming and so on. Musica di fusione, la chiamano, anche perché ci potete tranquillamente fondere lo stereo causa ripetuti ascolti in loop.

Gece in lingua turca significa “notte”, e le ore tardo-serali si allietano senz’altro con i groove iper funky dei dieci brani in scaletta, che – oltre agli anni 60 e 70 sviscerati nel recente debutto – guardano alla ballabilità synthetica/analogica degli anni 80: ne è dimostrazione il danzereccio singolo-tormentone Süpürgesi Yoncadan, accompagnato da un video animato. «Questa è musica che cerca di essere una voce per un bel po’ di altre persone», anche perché la maggior parte delle canzoni è stata già interpretata centinaia di volte in precedenza: l’unico pezzo al cento per cento originale, nato da un’improvvisazione, è infatti lo scioglilingua alt-alt-pop Şoför Bey. È musica che guarda alla storia con doveroso armamentario roots (c’è persino un liuto turco a tre corde), omaggiando in primis il folksinger ormai ultrasettantenne Neşet Ertaş, e che di pari passo si proietta nel presente con tastiere, chitarre, basso, batteria, percussioni, canto maschile e femminile in perfetta alternanza. Le parole scelte per ragione sociale, Altın Gün, sono d’altronde traducibili all’incirca come “giorni d’oro” – non i giorni di Erdogan, dunque… – e qui tutto risplende, dal piglio irresistibile dell’opener Yolcu al ritmo festoso di Vay Dünya, oppure a quella ballata post-Jefferson Airplane con riff alla Black Mountain che è Leyla. Ascoltate e godetene tutti. Şerefe!

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