Recensioni

6.6

Damon McMahon – il “one man” dietro questa one man band attiva dal 2006 – spariglia le carte e disorienta ancora. Stavolta, però, lo fa normalizzandosi. Dell’appellativo “genietto” spesso si abusa, in campo cantautorale, perciò non lo useremo in questo caso. Anche perché non sarebbe neanche Freedom, disco buono ma non straordinario e privo di episodi davvero memorabili, a meritarsi un siffatto sbilanciamento. Piuttosto, di McMahon andrebbe rivalutato il catalogo precedente, a partire dalla penultima prova, Love, lavoro che ha segnato una decisiva svolta compositiva, meno criptica e maggioramene netta a livello di messa a fuoco. Un’evoluzione che si è estesa anche nei testi, passati dal biascico a qualcosa di assimilabile al sing-a-long. Lontanissimi dunque i tempi delle litanie allucinate, visionarie e orientaleggianti di Dia e Through Donkey Jaw, il Nostro s’è aggiustato il colletto, impomatato la chioma e sistemato il papillon per la serata di gala in odore classic-rock che è questo suo quinto lavoro.

Sebbene il clima risulti più solare – e a tratti addirittura scanzonato – c’è una tensione latente a sottenderlo. Un senso d’inespresso, un imbuto col collo troppo stretto, un groppo tenuto a freno e ricacciato in gola. E non potrebbe essere altrimenti per un disco la cui scrittura ha fatto da sfondo al dramma del tumore diagnosticato alla madre dell’artista. Grazie anche ai contributi dell’italiano Panoram (primo musicista al mondo a fregiarsi del titolo di synth crooner), di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs e del chitarrista Delicate Steve, Freedom è chiaro nelle intenzioni seppur – ancora una volta – approcciabile da più angolazioni: sfrontatezza e vulnerabilità sono complementari; impeto e tenerezza, schegge dello stesso tronco.

Anche il sound è multipolare: si va da languide ballate rock/r&b da “scortico” in stile INXS (Blue Rose) a quel pastone acido a base di reggae e rockabilly che è Calling Paul the Suffering; dall’ibrido tra il Mick Jagger più esaltato e lo Springsteen più patriottico protagonista in Miki Dora a quella Believe che guarda ai primi R.E.M. e all’universo paisley underground, tra passo folk e marcette psichedeliche. Senza tralasciare il nevrotico gorgoglio roots/folk dai richiami Arcade Fire di Time e quell’afflato lo-fi che si rintraccia nelle arie slowcore alla Red House Painters di Satudarah e nella title-track, che prima di aprirsi ad un ritornello pop si fregia di un overture in stile post-rock (la collaborazione con i membri dei Godspeed You! Black Emperor nel succitato Love ha lasciato il segno).

Una voce di bambino apre e chiude il disco: «This is your time / their time is done» intima il piccolo, quasi come se fosse posseduto. E l’adulto che è in McMahon ha obbedito alla lettera riprendendoselo tutto, il tempo.

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