Recensioni

Vedere oggi il logo dei Phoenix tra gli headliner dei festival più imponenti di tutto il mondo, non fa più effetto, ma fino al 2009 il gruppo francese era un brand prettamente mitteleuropeo, uno di quei rarissimi casi (succede una volta ogni dieci anni circa) in cui noi italiani – ovviamente, generalizzando – siamo arrivati prima delle superpotenze anglosassoni, proponendo in high-rotation le varie If I Ever Feel Better o Everything Is Everything molto prima dell’esplosione americana avvenuta con Wolfgang Amadeus Phoenix (non ripetuta con il successivo Bankrupt!). Thomas Mars e compagni hanno quindi tardato a farsi largo tra gli ascolti formativi dei newcomers inglesi, americani o canadesi. Forse non è del tutto un caso che ci si ritrovi a metà 2015 con due nuovi progetti che in qualche modo – diretto, o molto più probabilmente indiretto – tra le altre cose sembrano avere assimilato la lezione dei francesi, rimaneggiandola all’interno di caleidoscopi sonori che comunque guardano altrove. Stiamo parlando di American Wrestlers e dei Seoul.

Sebbene sia stato uno degli ascolti più candidamente piacevoli della stagione primaverile, non avevamo avuto il tempo materiale di parlare in formato recensione dell’omonimo album d’esordio targato American Wrestlers. L’occasione – per non dire il pretesto – è arrivata ascoltando proprio l’esordio dei Seoul. Background diversi, stili diversi, ma quel comune retrogusto Phoenix che ci ha spinto a dedicargli qualche riga in più. Dietro al moniker American Wrestlers si nasconde quel Gary McClure già nei mancuniani Working for a Nuclear Free City a metà anni Zero. Una volta tentata una fallimentare carriera solista con l’album Wreaths, McClure ha deciso di ripartire completamente da zero cercando fortuna negli States, armato di un otto piste casalingo e con l’obiettivo di registrare un disco con un DNA diverso dal solito, assolutamente lo-fi. Il risultato è un nove tracce che scorre senza intoppi tra classiche pop songs rese acidule dall’impianto DIY (l’ottima opener There’s No One Crying Over Me Either o Wild Yonder) e passaggi uptempo in cui i francesi sembrano fare capolino in più di una occasione (I Can Do No Wrong e Holy, ad esempio). La scrittura è semplice ma affascinante, curata nella melodia e resa vagamente hypnagogic da scelte di produzione che rendono il tutto sfuggente e mai definito. Gary McClure gioca con l’eclettico (facile pensare anche ad Alex G in un paio di tracce) ma punta alla concretezza pop: The Rest of You è fresco indie-pop sotto una coltre di materiale grezzo, mentre il singolo Kelly alterna momenti puramente cantautorali (la storia narrata è quella di Kelly Thomas, homeless ucciso dalla polizia nel 2011) a slanci melodici figli addirittura della stagione AOR di fine anni Settanta. Un disco senza troppe pretese, compatto e assolutamente consigliato.

Qualche sali-scendi in più, meno feeling con la melodia e approccio decisamente più estivo nel comunque valido I Become a Shade dei canadesi Seoul. Qui la componente Phoenix è meno evidente in quanto non interessa in primo luogo la voce, come nel caso di American Wrestlers, ma va a lambire solamente alcuni aspetti principalmente strumentali e ritmici. Di base il trio di Montreal costruisce atmosfere chill-pop a 360°: che siano glo-fi, dreampop o etereo synth-pop, non fa troppa differenza, I Become a Shade non sembra seguire tendenze precise (già ampiamente superate tra l’altro), quanto invece elaborare singoli elementi in modo tale che siano funzionali al singolo brano, ancora prima che all’intero disco. Se il leitmotiv è comunque un certo tipo di revivalismo eighties, sarebbe riduttivo etichettare i Seoul come l’ennesimo gruppo spinto dalla nostalgia per un’era che non ha mai vissuto; sarebbe forse più giusto parlare già di post-revival. L’accoppiata The Line e Haunt /A Light, ad esempio, è materiale da mente leggera al tramonto puramente synth-based, senza troppi problemi, riconducibile alla stagione chillwave, mentre l’ottima I Negate prova a ricreare con suoni sintetici una certa psichedelia inglese di fine anni ’80. I francesi di United fanno invece capolino in quelli che forse sono i due apici pop dell’album: Real June (tastieroni wavey, chitarre ad arricchire e melodia scanzonata) e Silencer, con il suo tappeto di synth a modo suo vicino all’ultime cose targate Wild Nothing e il ritornello a presa facile. Gli intervalli ambient-friendly invece servono per stemperare gli eccessi radiofonici riportando la questione su territori sospesi.

American Wrestlers (6.8/10) e I Become a Shade (6.6/10) sono due passaggi non così importanti all’interno nella discografia 2015, ma anche due buone opportunità per ritrovare un certo tipo di french-pop tra affreschi a bassa fedeltà e paesaggi marittimi in formato synthpop.

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