Recensioni

«Quando hai un segreto, ti senti distante da tutto quello che dovresti essere. Ma non ti senti mai sola. Una cosa che impari, infatti, è che non c’è niente che ti leghi ad una persona più di un segreto. I segreti sono come dei fili trasparenti, che ci legano gli uni agli altri»

Trasformare un fatto di cronaca in un racconto letterario o cinematografico presuppone obbligatoriamente la scelta di un preciso e ben solido punto di vista, in grado non solo di rivelare i lati oscuri di un argomento già entrato nel dibattito pubblico, ma capace anche di estrapolare concetti e riflessioni dal più ampio respiro; a maggior ragione se il fatto da rappresentare, un po’ anche per le regole del genere in cui il racconto approderebbe (e che sarebbe bene anche contraddire ogni tanto), riguarda un’età che necessita di comprensione e guida come quella adolescenziale. Attraverso le prime due non entusiasmanti stagioni di Baby, una delle prime serie italiane targate Netflix, si è andato a consolidare l’inconsistente punto di vista che il collettivo GRAMS ha scelto per la rappresentazione seriale dell’ormai noto (e già dimenticato) scandalo delle baby-squillo del quartiere romano Parioli.

Fin dal primo ciclo di episodi la storia di Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani) è stata filtrata attraverso la soffocante lente del più classico dei coming of age, preferendo la messa in scena dei drammi liceali (e della conseguente disfunzionalità delle varie famiglie coinvolte) al vero e più scioccante fulcro della storia: la prostituzione minorile e, di controparte, la perversione (se non pedofilia) di alcuni clienti di potere. Questo ha generato un’inspiegabile moltiplicazione di personaggi secondari collegati al mondo scolastico (permessa dalla serialità, ma non per questo necessaria), alcuni dei quali lasciati “perire” nel corso degli episodi per mancanza di un forte motivo drammaturgico. La questione è poi peggiorata nel corso della seconda stagione, dove avrebbe senz’altro giovato incedere finalmente sul disturbante rapporto tra erotismo e degenerazione. Invece, per assurdo, si è preferito togliere la sensualità e la sessualità dai corpi delle protagoniste, complice anche la recitazione acerba delle due, mantenendo la riflessione sui livelli del “gioco dei segreti”, del pressappochismo, dell’effimero.

Avendo assistito al velocissimo decadimento concettuale delle stagioni precedenti, era quasi impossibile aspettarsi un forte cambio di rotta per la terza e ultima, nonostante la sicurezza che questo atto finale avrebbe trattato il lato più conosciuto (mediatico) della vicenda. Infatti, la svolta non c’è stata e la serie continua a subire l’enorme marchio del vorrei-ma-non-posso. Ma la cosa che lascia ancora più interdetti è che sono proprio le novità a peggiorare la situazione, novità che riguardano l’ingresso di un altro punto di vista, forse quello più obbligato e (per questo) scontato, dell’indagine poliziesca. Fin dal primo episodio infatti si intuisce la volontà di trasformare Chiara e Ludovica in due anti-eroine fuggitive (sul modello d’oltreoceano) che devono trovare il modo più indolore di cavarsela, almeno prima che il processo prenda decisioni irremovibili. A tale scopo si è pensato ad un nuovo personaggio, il giovanissimo ispettore a capo dell’indagine (Antonio Orlando), che si avvicina in modo ambiguo (eufemismo) proprio a Ludovica. E questo porta non solo ad un banalissimo duello con le “tenebre” di Fiore (Giuseppe Maggio), come se fossero i due abusatissimi lati dello stesso carattere, ma anche all’inevitabile svilimento di quell’unico, solitario spunto femminista che viene affidato alla ragazza quando si “ribella” all’occhio giudicante di un professore in sede di maturità.

Ancora una volta è la mancanza di un gigantesco riflettore su quello che doveva essere percepito come “l’antagonista” (la cultura dello stupro, la pedofilia, l’avidità, gli effetti della società dello spettacolo) a far emergere il vizio di voler giustificare in parte le azioni delle protagoniste solo perché, per l’appunto, protagoniste. Non riuscendo a trovare il giusto equilibrio nell’educare attraverso l’opposto, attraverso le derive amorali e criminali di un atteggiamento completamente sbagliato (non staremo a scomodare il teen-drama statunitense contemporaneo), la scrittura della terza stagione di Baby si arena tragicamente nel ricollegare sotto il segno del “segreto” la maggior parte delle sotto-trame, quando avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia, scavare nei meandri del suo perturbante, sottolineare una volta per tutte l’ampiezza del suo significato, trasformare il contesto privato in una riflessione pubblica, politica; qualsiasi racconto è sempre una finzione, permette sempre una libertà rispetto al fatto reale e alla sua ricostruzione mediatica.

«Perché in fondo, cosa rimane di noi senza i nostri segreti?» si chiede l’onnipresente voice-over di Chiara. Effettivamente quello che rimane di Baby senza i suoi “segreti” non è tanto, ancora peggio se nel ragionamento si sottrae lo sguardo intimo della regia di Letizia Lamartire (suoi gli episodi emotivamente più centrati, più studiati). Forse una bella colonna sonora… ma nulla più.

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