Film

Add to Flipboard Magazine.

Dopo la prima stagione di Suburra – La Serie, Baby approda su Netflix come la seconda produzione seriale italiana pensata esclusivamente per la piattaforma di streaming. Da quando è stato reso disponibile anche in Italia, il colosso americano è diventato un importante canale di diffusione mondiale per un modo di guardare al cinema e alla serialità che è tipicamente nostrano. Uno dei tratti che caratterizza il nostro particolare sguardo (autoriale o mainstream) è la capacità di instaurare un profondo dialogo tra quello che percepiamo come finzione e quella che invece pensiamo possa essere la realtà circostante, luminosa od oscura che sia. Questo ci differenzia maggiormente dalle produzioni d’oltreoceano (e non solo), dove spesso la finzione è talmente esaltata nei suoi minimi dettagli che la realtà arriva ad occupare un posto di minor rilievo, quasi da non essere nemmeno percepita; per accorgersene, basta confrontare la narrazione dei due film italiani originali Netflix, Rimetti a noi i nostri debiti di Morabito e Sulla mia pelle di Cremonini, con qualsiasi altra produzione originale americana presente nel catalogo. In questo senso, anche Baby è stata ideata per contenere al suo interno una massiccia dose di realtà, essendo costruita sullo scandalo delle due baby squillo appartenenti a uno dei quartieri più ricchi di Roma, i Parioli. Invischiate in un giro di prostituzione e droga, iniziato sui banchi di una prestigiosa scuola privata e concluso nei vischiosi meandri di un ristorante di lusso (che nella serie è diventato una discoteca), queste due ragazze hanno letteralmente riempito la cronaca nazionale di qualche anno fa, dando da intendere che la loro storia fosse solamente la punta di un fenomeno che sembrava essersi radicato in profondità nella Capitale.

Memore di quello che è stato scritto e detto dal mondo dell’informazione, lo spettatore di Baby sa (o almeno dovrebbe sapere) che ad alimentare la finzione c’è quell’oscura realtà che di notte striscia lungo le strade romane. Purtroppo, la struttura narrativa e visiva mostra una fragilità in grado di mascherare involontariamente ciò che avrebbe dovuto essere esaltato come denuncia. Impostate seguendo quello che si pensa possa attrarre il pubblico giovanile odierno, le complicate vite segrete di Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani) sono condannate a subire la presenza di una scintillante superficie pop che in più di un’occasione risulta solo ingombrante. I creatori della serie hanno voluto vestire la loro creatura di un abito completamente sbagliato per il tema di cui si fa portavoce, un abito scomodo non per sua stessa natura ma perché è stato creato seguendo il cartamodello della cinematografia e della serialità internazionale (in particolare quella dei recenti teen drama macchiati da atmosfere thriller, come Riverdale, Tredici e la spagnola Elite). La tragicità di tale scelta non risiede soltanto nel suo punto di vista totalmente fuori fuoco, come dimostra una sceneggiatura “a dieci mani” (il collettivo GRAMS) infarcita di luoghi comuni e frasi alla ricerca dell’effetto poetico, quanto in un’evidente incapacità di spingere con coscienza la finzione oltre l’avvenimento di cronaca; ciò non vuol dire che gli italiani non siano in grado di farlo, ma è innegabile che ci risulta più difficile essere credibili quando guardiamo altrove.

Così gli esperimenti più riusciti degli ultimi anni continuano ad essere quelle opere che hanno catturato un genere straniero e l’hanno rielaborato attraverso una sensibilità che ci appartiene (dal cinecomic Lo Chiamavano Jeeg Robot di Mainetti al musical Ammore e Malavita dei Manetti bros.). Oppure, ancora più semplicemente, continuiamo a risultare imbattibili quando puntiamo direttamente al nostro passato, traghettandolo con doveroso rispetto nel presente (proprio in queste settimane è iniziata la “rivoluzione” televisiva dello splendido L’Amica Geniale di Costanzo). L’esempio per contrasto più calzante è probabilmente il dittico Loro 1 e Loro 2 di Paolo Sorrentino, proprio perché è qui che abbiamo potuto vedere per la prima volta Alice Pagani. Nonostante la sua breve parentesi all’interno della corte di Silvio Berlusconi, la giovane attrice ha interpretato la figura fondamentale di una baby squillo che non cede all’estetica ridondante della trasgressione, a dimostrazione di come il lato più grottesco della cultura pop possa essere intelligentemente usato non per affascinare il pubblico ma per farlo riflettere.

Alla fine dei sei episodi di Baby rimane solo il dispiacere di aver assistito all’ennesima occasione persa di far valere una produzione italiana contro quelle internazionali. C’erano tutti gli ingredienti per un’opera più che dignitosa, a partire da quella base di verità da cui tutto è nato ma che poi è stata soppressa in favore di qualcosa che ancora ci è lontana anni luce. Invece che spingersi a fondo nelle possibili cause sociali che hanno portato due minorenni alla prostituzione, Baby preferisce perdersi in una serie indefinita di possibili giustificazioni che così arruffate assumono l’aspetto di un contorno non necessario. Amori, litigi, separazioni, bullismo, omosessualità, adulteri, relazioni amorali, droga, furti… Tutto sembra avere veramente poca importanza nell’economia della serie e, quando arriva il momento cruciale del racconto (quello in cui Chiara e Ludovica hanno il loro primo “lavoro”), tragicamente la storia assume l’aspetto di una sciocca avventura adolescenziale, più che di qualcosa di davvero preoccupante. Per questo motivo si arriva a pensare che non sia sufficiente la presenza di due dive del cinema italiano (Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi) per dare credibilità a un progetto che vorrebbe fare della finzione la sua forza, esattamente come non è sufficiente avere una lunga lista di brani pop nella colonna sonora per ricreare l’atmosfera giovanile della “Roma bene” (mescolati in un unico calderone indistinto ci sono esponenti internazionali come i London Grammar, Chvrches e James Blake e i nostrani Måneskin, Tommaso Paradiso e Achille Lauro).

Il gioco lo guida lo spettatore. Se ci sarà una buona risposta, Baby potrà continuare la sua corsa e cercare di migliorarsi, magari mostrando una volta per tutte quanto possa essere necessario trattare un tema di questo tipo. In caso contrario, questa prima stagione è destinata ad essere dimenticata più in fretta di quello che si possa pensare.

6 Dicembre 2018
Leggi tutto
Precedente
I Camillas – Discoteca rock
Successivo
Lubomyr Melnyk – Fallen Trees

Altre notizie suggerite