Recensioni

«L’adolescenza è così: una scoperta continua. […] Non ci rendiamo conto che le nostre scelte cambieranno tutto… o forse non ci interessa». Inizia così la seconda stagione di Baby, con i pensieri fuoricampo di Chiara (Beatrice Porcaroli) mentre vaga per i corridoi di un lussuoso hotel in cerca dell’amica Ludovica (Alice Pagani). Nonostante gli scarsi risultati qualitativi ottenuti con il precedente ciclo di episodi, Netflix ha deciso di credere ancora una volta nel progetto del collettivo GRAMS, dandogli un’altra possibilità per dimostrare che c’è davvero bisogno di una serie di questo tipo nel panorama italiano. I presupposti continuano a rimanere gli stessi: basandosi su un fatto di cronaca non più così recente (lo scandalo delle baby squillo del quartiere romano Parioli), Baby vuole far combaciare le caratteristiche di un genere tipicamente americano, quello del teen-drama che ha radici nei tanto recuperati anni Ottanta, con le problematiche del nostro paese (che sembrano sempre collegate a prostituzione, soldi e ambigui uomini di potere). Purtroppo, è molto sconfortante ritrovare la spiccata superficialità con cui era stata trattata la prima stagione, e questo condanna i personaggi a una tediosa immobilità in fatto di carattere e atteggiamento nei confronti dei loro personali percorsi.

Baby vive di paradossi. Uno dei più evidenti è quello di raccontare la vicenda di due ragazze minorenni (o sul punto di non esserlo più) che vendono il corpo come se fosse un oggetto (una forma di protesta, un grido d’aiuto) senza mai preoccuparsi di innalzare quello stesso corpo a tematica principale, e la percezione che si ha di sé e che gli altri hanno di noi è uno degli snodi fondamentali per capire l’adolescenza; per quanto non fosse degno di nota, anche Melissa P. di Luca Guadagnino (2015) ne aveva saputo cogliere l’importanza. Indipendentemente dagli alti e (molti) bassi della loro recitazione, non c’è né tridimensionalità né sessualità nella descrizione fisica dei personaggi di Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, tanto che non si comprende mai in quale rapporto siano con le loro forme, ed è una mancanza che banalizza l’oscuro rapporto di domanda e offerta che intrattengono con i clienti (da cosa scatta il desiderio in questi “uomini di potere”, tra l’altro tutti in età avanzata?); così come, in maniera simile, si consuma in poche battute la voglia di “ringiovanire” della professoressa di ginnastica (Claudia Pandolfi) o l’irruenta scoperta della propria omosessualità del bullo Brando (Mirko Trovato). Tutto è ricollegato alla natura effimera della superficie, all’inconsistenza di un selfie da social, al pressappochismo delle più confuse playlist di musica, all’inutilità di un bel vestito mal valorizzato.

Allora, se analizziamo la stagione in quest’ottica, il terzo episodio è l’unico degno di nota. In mezzo alle solite dinamiche liceali degli equivoci e delle coincidenze, dei drammi per le aspettative negate o forzate tra genitori-figli, l’episodio diretto da Letizia Lamartire si sviluppa attorno a una curiosa idea: con un semplice rossetto si possono creare quelle maschere che indossiamo (o ci fanno indossare) per adattarci (o farci adattare) al contesto in cui si vive. Infatti, è attraverso un rossetto che Niccolò (Lorenzo Zurzolo) bullizza ferocemente Fabio (Brando Pacitto), riportandolo nell’ingiusta condizione di inferiorità per il suo dichiarato orientamento sessuale, ed è con un altro che Chiara si trasforma in Emma, il suo alter-ego per gli appuntamenti che le organizza “l’impresario” Fiore (Giuseppe Maggio). «Ti sembrerà assurdo ma alle volte mi trovo più a mio agio con loro [i clienti] che con quelli della nostra età» confessa la ragazza, raggiungendo lo status di vera protagonista della stagione, mentre Ludovica, che lo era nella precedente, si perde nei meandri della sua sotto-trama mal approfondita. Ma dato che il tema della prostituzione minorile è sempre maneggiato come se fosse un gioco (per quanto pericoloso), anche lo spettatore viene (re)spinto a empatizzare con gli adulti, come la tormentata madre di Ludovica (Isabella Ferrari) o il nuovo professore di storia e filosofia (la new entry Thomas Trabacchi). Questo è il peggiore dei paradossi perché allontana l’opera di GRAMS dagli intenti iniziali.

In questa seconda parte di Baby non si trova mai quella «scoperta continua» che ci si aspetterebbe, infatti si riconferma in uno stato di fastidiosa arretratezza nei confronti di altre produzioni simili; si guardi alla discussa Euphoria di HBO che, pur recuperando sempre gli stessi snodi (alla fine un genere è tale proprio perché si ripete), ha trovato una particolarissima chiave estetica che la differenzia dai suoi contemporanei (e no, non si parla solo di luci al neon e cascate di glitter). Forse le cause vanno ritrovate all’interno della nostra stessa società, e non è da escludere che ce ne possano essere molte altre (su tutte, gli atteggiamenti omofobici che continuano a diffondersi come un virus di generazione in generazione), ma è palese che Baby abbia la necessità di un diverso approccio, soprattutto quando inciampa ripetutamente su un intreccio stantio e ad alto tasso di improbabilità. A maggior ragione con una terza stagione già annunciata.

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