• Nov
    08
    2019

Album

42 records

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Le poesie si scrivono quando non si sa dove mettere l’amore. Anche le canzoni se è per questo, soprattutto quelle belle, quelle eterne, immense. Ci sarebbero tante, troppe cose da scrivere e qualsiasi frase potrebbe davvero risultare un po’ fuori luogo, inadeguata per Immensità, colonna sonora di un omonimo mediometraggio musicale, il tutto opera di Andrea Laszlo De Simone. Il cantautore torinese decide di tornare, dopo i fasti di Uomo Donna, con un ep che è una suite: un lavoro diviso in quattro capitoli (le canzoni) per nove tracce (ogni “capitolo” ha un prologo o una conclusione). Una traccia unica che per 25 minuti e 16 secondi rispolvera così la sana e vecchia abitudine di creare un concept album, senza privilegiare singoli.

C’è qualcosa di disperatamente commovente nel compiere sempre scelte di cuore, e pare proprio che nella direzione di una suite da venticinque minuti, senza pause, senza divisioni, sena muri, ci sia molto di questo: Andrea Laszlo De Simone osa, mescola, si denuda, ha un suono e una visione, come dovrebbe fare oggi la canzone d’autore. Dirige un’opera d’amore che non può invecchiare perché formata da due semplici e necessari elementi, un uomo e la vita.

Archi, fiati, cori morriconiani, Mina, Studio 1, una dolcissima psichedelia, Modugno, gli arrangiamenti orchestrali diretti da fantasmi, Umberto Bindi e Jason Pierce dentro gli studi RCA sulla Tiburtina: per un attimo sembra esserci tutto questo. Ma poi scompare e rimane De Simone, e quell’accortezza nel portare la voce su una nota precisa e non su un’altra, un candore puro e slegato dai calcoli, dalle strategie, dalle mode. Alla fine Laszlo è uno che fa canzoni e che le fa oggi. Questa è la chiave della potenza e dell’universalità dell’ep: aiutare il caos ad essere vivo, fare narrazione e avere un piano che si basa sulla libertà.

E in quel piano mi domando se ci si possa innamorare dell’amore altrui. Penso di sì. Io mi sono innamorata dell’amore di Andrea Laszlo de Simone, di quella pulsione che ha e che immette in ogni nota cantata, nell’istinto umano che guida tutto il suo essere musicista. E l’amore che tutto muove, che tutto può, sembra guidare i gesti e i suoni di questo bizzarro cantore e musico dei giorni nostri, un amore fortissimo e inesplicabile, che nella lontananza non muore ma invece prende la sua linfa vitale; amore dell’amore più che amore stesso.

Ci fu, all’uscita di Uomo Donna, tutta una sequela di esegesi circa il suono – incastonato nel passato – che quel disco e De Simone stesso avessero: è ricerca suonare come il prog italiano di quarant’anni fa? Ci mancano davvero Modugno, Tenco, Lauzi? Andremmo ai loro concerti, oggi? De Simone è un ladro? De Simone copia? De Simone non è originale? Fermiamoci un attimo. È chiarissimo che De Simone si rifaccia a un passato ben preciso che è poi il terreno sul quale si sono misurati molti della sua generazione, impreparati e spesso troppo traballanti nell’avvicinare la materia storica, quel capitale umano preziosissimo che alla lunga è finito per suonare fasullo alle nostre orecchie. Ne siamo rimasti vittime, arrivando a dubitare della bontà dei nuovi lavori, stanchi di quel sound vintage raramente concepito nella sua premura, nella cura di chi faceva le cose in grande. Il codice d’onore di Laszlo è la libertà di accostare le note, di usarle fino a distruggerle, nel non aver paura della musica e di cosa questa potrebbe diventare nelle sue mani, con quella messa sapientemente fuori fuoco, e senza sintesi.

Tra sogno, realtà, spazio e tempo i rimandi potrebbero essere sin troppi, dai Mercury Rev di Deserter’s Songs nelle sospensioni dei preludi ai cori soffici ed eterei della titletrack, un po’ Lauzi un po’ Studio 1 con l’orchestra del maestro Canfora; la vita è così, per cantarla con un timbro trasparente à la Battiato, e per dirla con De Simone, “un piano inclinato e il domani scivola via”. Gli archi che aprono quel piccolo gioiello de La Nostra Fine, con i suoni eterei e una stratificazione armonica, risveglia nel dna la molecola del nostro passato, in cui possiamo riconoscerci ancora nipoti – magari bis o pro – della canzone italiana. Mistero, col suo trionfo orchestrale di arrangiamenti con tanto di scatti e fischi morriconiani, si rivela un tour virtuale nella bottega della canzone italiana quando le voci di Dalida e Patty Pravo scalavano i primi posti delle classifiche mentre Conchiglie è uno scoglio antico, un arpeggio neorealista saturato di urgenza poetica. Il potere dei ricordi, immersi nei suoni, apre la mente e ci trasporta sì in un mondo che conosciamo – le cadenze, le atmosfere, le cariche di pathos – ma nel quale non sappiamo muoverci in modo istintivo perché non riusciamo a tradurne i contorni, le passioni, i problemi. Immensità è un lavoro prezioso proprio perché non prova a conciliare le ricche ambientazioni morriconiane con le pretese di contemporaneità (e non modernità) del suo protagonista: saremmo di fronte a una fusione innaturale, fatta di spaesamento e finzione offensiva nei confronti di chi quella storia della musica l’ha fatta.

Molto interessante sarà scoprire quale estetica visiva assumerà il nuovo lavoro in cui si inserisce questa suite che ha l’ambizione di indagare, come suggerisce il titolo “l’immenso”, la circolarità del tempo e dello spazio e il modo in cui questi determinano lo svolgimento della nostra vita, l’eterno contrasto tra l’infinitamente grande  – l’universo, il caos, il fato, i sentimenti – e l’infinitamente piccolo – il nostro quotidiano -.

C’è una cosa che accade spesso nell’incredibile, maestosa, anarchia della musica: sperare che arrivi qualcosa di più bello, sapere che arriverà e non riuscire a gestire quel senso di stupore e incontenibile soddisfazione per aver scelto questo momento, questi anni, questa vita. Per aver scelto noi che ne faremo dono ad altri. La ricerca sonora e personale portata avanti dal torinese sottolinea una maturità compositiva e un gusto per le architetture sonore decisamente rare. I movimenti della suite sembrano suggerirci che per ogni dolore c’è una consolazione, per ogni ricerca c’è un approdo. E per ogni domanda c’è una pace che rende la domanda superflua. E l’amore, perno dei brani, motore e spinta di ogni accordo, non è più qualcosa che succede ma qualcosa che più semplicemente si fa.

11 Novembre 2019
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