Recensioni

5.1

Il 2013 doveva essere il suo anno. E invece Angel Haze è rimasta a lungo parcheggiata ai box, in attesa di pubblicazione. Tanto a lungo da infuriarsi e rilasciare il disco su Soundcloud lei stessa, per poi ottenere una misera digital release il 30 dicembre. Troppo tardi ormai – ma comunque prima di Azealia Banks – per costruire sull’hype dell’ottimo Reservation EP pubblicato sul finire del 2012. Troppo presto, d’altra parte, per un lancio discografico di successo. Un anno di incubazione che decisamente non ha giovato all’artista statunitense, e che riflette e forse spiega tutta l’insicurezza dell’etichetta su questo debut album. Quello che doveva essere l’avvento di una rapper capace di rompere le barriere maschiliste ancora vigenti nell’hip-hop odierno, finisce per diventare l’ennesimo ibrido pop-rap-r’n’b che difficilmente lascerà il segno.

Le premesse erano altre. “I’m nasty nigga, like Nas, like Kim, like Cassie pictures/Like I’m fucking Chris Stokes or that Raz-B nigga”, avvertiva Angel Haze in New York – contenuta nel Reservation EP e inserita qui come ultima traccia bonus – rappando con successo su uno strumentale di Gil Scott-Heron. C’era urgenza, tecnica, passione, accompagnate da una produzione asciutta ed essenziale. Insomma una proposta credibile. 

In Dirty Gold, dando un breve sguardo alla cover, si capisce subito che qualcosa è andato storto. Il talento di Angel Haze – che rimane immutato, seppur largamente inespresso – è seppellito sotto una pesante produzione gommosa ed insipida, costruita ad-hoc per arrivare (e morire) in radio. Per qualche motivo, il progetto ha subito un completo restyling mainstream e il nome di Markus Dravs (produttore già di Coldplay, Mumford & Sons, Arcade Fire) non sembrava il più adatto a prescindere. Ma qui si è andati oltre, attingendo da fenomeni da classifica quali Rudimental e Jake Gosling (One Direction, Ed Sheeran), servendo sul piatto una produzione pomposa – a tratti dozzinale – che per nulla sposa lo stile furioso del rap di Angel Haze, più mirata ad un pubblico puramente radiofonico e possibilmente giovanissimo. Un miscuglio sonoro che ricorda, seppur da lontano, le minestre  discografiche di Nicki Minaj ma che segretamente vorrebbe emulare Beyoncé. La cosa più frustrante è probabilmente il fatto che molti dei versi di Angel Haze si fanno effettivamente ascoltare con entusiasmo, ma il tutto viene rovinato da quello che succede intorno a lei.

I testi d’altro canto, sono un hit-and-miss, una sorta di gospel/street-rap in cui traspare l’ambizione dell’artista, l’affermazione e accettazione del sé, ma anche soprattutto la devozione a Dio, che Angel Haze sente il bisogno di ribadire in maniera davvero frequente, quasi fosse un sermone. “The light can make everything beautiful”, “money can’t buy all the love that’s here tonight” e altre banalità del genere affollano la tracklist di Dirty Gold. Chi cerca un prodotto sofisticato è quindi avvisato: non siamo di fronte ad un nuovo Good Kid, m.A.A.d. City. Il singolo azzeccato però c’è, Echelon (It’s My Way), ma proprio non basta.

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