• dic
    16
    2013

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Togliamo subito di mezzo i numeri, che sono sempre la cosa più noiosa quando si parla di musica. Anche se per Queen B – la regina Beyoncé, Bey, Ms. Carter o in qualsiasi altro modo la vogliate chiamare – è inevitabile avere a che fare con le cifre (e spesso cifre pazzesche), quando fa uscire un nuovo album. In questo caso, la mossa a sorpresa (l’album eponimo è uscito senza nessun preavviso, il 13 dicembre 2013, su iTunes Store) poteva trasformarsi in un suicidio mediatico, proprio come la svolta dei Radiohead con In Rainbows avrebbe potuto segnare la fine della loro epoca. È inutile sottolinearlo: tanto Beyoncé quanto la band di Oxford sono tuttora leggende viventi; nel caso della musicista americana, lo stratagemma dell’album a sorpresa si è trasformato in un successo planetario, a prescindere da quali motivazioni l’abbiano spinta ad attuarlo. Cifre, dicevamo: 617.213 copie digitali in tre giorni significa numero uno per Billboard 200 e significa cinque album su cinque della carriera solista della regina di Houston che debuttano primi in classifica nella prima settimana dalla release. Non è il caso di far confronti, forse, ma la situazione è significativa: a fronte di un 2013 costellato di ritorni discografici di dive e divi (in ordine sparso: Lady Gaga, Miley Cyrus, Katy Perry, Britney Spears, Kanye West, Jay Z, Justin Timberlake, Drake), Beyoncé ha stracciato tutti in termini di velocità di vendita, conquistando il podio femminile.

La tattica dell’effetto sorpresa, in un anno che ha visto alternarsi campagne mediatiche fin troppo pompose come quelle di Daft Punk o Arcade Fire, ha colto nel segno, dando di Beyoncé un’immagine genuina e affezionata. Non solo: l’artista ha saputo sfruttare appieno l’impulso mediatico delle “feste natalizie” con un album (visual) ben poco natalizio. E, infine, ha creato dei bei grattacapi alle redazioni giornalistiche internazionali, che s’impegnavano proprio in quei giorni a redigere le tanto caldeggiate classifiche di fine anno. A quanto pare, la Nostra si è trovata a riflettere (o l’hanno fatta riflettere) sulle politiche distruttive del business musicale, tutto orientato alla mercificazione del prodotto-singolo o, peggio, del prodotto-videoclip. Poco importa se lei stessa (e la combriccola che ha creato questo disco) è stata una delle principali promotrici di questa filosofia, in passato. Da qui, la decisione di non licenziare un vero e proprio “singolo”, ma rendere disponibile il disco solo ed esclusivamente nella sua interezza e, soprattutto, accompagnato da 17 videoclip, come a negare l’esclusività e la sacralità del singolo, impacchettato per MTV. Con Beyoncé, si vuole restituire alla musica la solennità di un tempo.  

Tutto questo è stato possibile perché la Knowles ha (avuto) effettivamente qualcosa da dire. Innanzitutto la maternità, con la nascita di Blue Ivy nel gennaio 2012, che, a quanto pare, ha restituito una nuova sensibilità alla Regina: tutti i trofei, tutti gli affanni della vita (come spiega magnificamente in questo video) non sono nulla se confrontati col sentir cantare la propria bimba e guardare il proprio marito negli occhi con l’intesa dell’imperfezione. Questo, certo, ma anche, come spesso accade, una crisi non indifferente che finisce nei testi di Beyoncé. Catalogato alla voce depressione post-parto, questo sentimento genera di solito maggiore franchezza e sincerità e accomuna molte pop star (leggere qui al riguardo). Bey lo porta alla schiettezza assoluta quando in Mine canta “I’m not feeling like myself since the baby”.

C’è poi un altro punto da non sottovalutare. Beyoncé è un album musicalmente diverso rispetto ai precedenti.  Forse consigliata dalla sorellina Solange (o dalle tendenze del pop mondiale), Queen B sta (finalmente) abbracciando la strada di un trap sperimentale, che collide con una galassia di generi: dal PBR&B (qualunque cosa significhi) all’hip hop, dal new soul al post-dubstep, fondato su testi diretti, spesso recitati da una voce incredibile, che, a differenza di quanto accade con le altre popstarz (e diversamente delle fasi precedenti della carriera dell’artista), non calca la mano, non forza, sa trattenersi in un velo di perfezione immaginifico.

L’album, dunque. Anzi, il visual-album. Già perché al team-Beyoncé (anche qui, in ordine sparso: Timbaland, Jay Z, JT, Terius Nash, Hit-Boy, Drake, Frank Ocean, Pharrell, Noah “40” Shebib, Boots) non è sfuggito niente, neanche il fatto che nel 2013 il visual fa il 90% del prodotto finale. Ed è un visual che, da una parte ricalca le tematiche (sessualità, [post]femminismo, maternità, amore) dell’album, dall’altra riproduce la coralità del 2.0 con giochi di neon, immagini straniate e stranianti o semplici virtuosismi dei corpi. Proprio il capitolo sulla sessualità e sul corpo svolge un ruolo essenziale nel disco. Beyoncé, fin dai tempi delle Destiny’s Child, è stata marchiata come “animale sensuale”, come oggetto-popstar. Non c’è (e non ci può essere) un rifiuto di questo, ma solo una presa di coscienza esplicita nell’avere confidenza con il proprio essere. E lo si evince dalle registrazioni dei concorsi canori (con le sconfitte e le vittorie) che spuntano qua e là come samples nel disco. Il messaggio dell’album, come dice lei stessa, è trovare la bellezza nell’imperfezione. Non si può sempre vincere nella vita, anche quando si è creati per questo, anche quando si è una “figlia del destino”, è la morale di Pretty Hurts e degli altri tredici brani. 

Diverse tracce riassumono quanto già veniva fuori con 4 e Rund The World (Girls) in particolare: quel Superpower femminile (o femminista o post femminista) con un tocco di Spice Girls (sul piano pop) e di post-Sessantotto (sul piano intellettuale). Non è un caso che la scrittrice nigeriana femminista Chimamanda Ngozi Adichie abbia deciso di prestare la sua voce a ***Flawless, un brano forte, che richiama qualcosa dello Yeezus di K West, con un lungo monologo della Ngozi sulle aspettative e gli obiettivi che deve perseguire il genere femminile nella società mascolinizzata. O ancora: il trap wave in stile M.I.A./RnB di concepimento Justin Timberlake di Yoncé/Partition, che si conclude con il monologo “Feminists Love Sex” in francese di Julianne Moore nel Grande Lebowski. Non è vero che le femministe odiano il sesso, anzi: that’s the message. Lo stesso alla base di Rocket, che racconta “il sesso secondo Beyoncé” su una base RnB molto classica, che non nasconde la zampata di JT.

Ci sarebbero da citare ancora i destini trip-hop (quasi alla Burial) di Haunted, il disco funk di Blow (concepito a tavolino dal buon Pharrell), la vapor wave del classico duetto moglie sexy – marito consenziente di Drunk In Love, il Rap&B impreziosito dalle incursioni di Frank Ocean di Superpower, le (quasi)ballate (ma nulla a che vedere con Halo!) No Angel e soprattutto Heaven, ma anche facendolo non si renderebbe appieno l’equilibrio magico alla base di questo lavoro trasversale, vera summa artistica dell’artista di origini texane. Complice la capacità di fare incontrare la fruibilità del pop con un certo gusto ragionato, mirato, soppesato, Beyoncé ha azzeccato la carta vincente. La consapevolezza e la maturità materna le hanno fatto forse il miglior regalo, come quello di una Blue (accreditata a Blue Ivy) che chiude il disco con la voce della piccola che prova ad imitare la madre: “Hold on to me”, dice. E non può che farci sorridere.

24 dicembre 2013
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