• Apr
    01
    2020

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Autoprodotto

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I tre originali fondatori di NON Worldwide, uno dei fenomeni musicali di stampo politico più interessanti degli anni Dieci, concentrati come sono sulle loro nuove traiettorie personali, non sembrano al momento particolarmente interessati a rispolverare l’ambizioso progetto del collettivo panafricano. Il produttore di Richmond, Virginia, Chino Amobi ha di recente dato sfogo alle sue ambizioni conceptroniche, pubblicando il primo di tre tomi di un romanzo epico dal titolo Eroica. L’artista originaria della Repubblica Democratica del Congo Nkisi ha portato le (pre)visioni sci-fi dell’acclamato 7 Directions in tour, prestando le proprie poliritmiche astrazioni techno anche al mondo delle gallerie d’arte. L’artista di Cape Town Angel-Ho, invece, con il suo un album di debutto su Hyperdub Death Becomes Her (2019) ha tentato il salto da produttrice a performer a 360 gradi, perdendo per strada molto del mistero e dell’idiosincrasia dei suoi primi lavori in ambito “deconstructed club”.

L’ottimo EP del 2015 Ascension e l’album del 2017 Red Devil si proponevano come dirompenti documenti di un sound in divenire, corrosive vie di mezzo tra IDM e industrial capaci di tradurre, attraverso lancinanti abrasioni e imprendibili ritmiche, un senso di frustrazione nei confronti del razzismo e di una club culture che ai tempi NON si riproponeva di “decostruire” nel senso di “decolonizzare”. Death Becomes Her, invece, raccontava l’affermarsi di Angel-Ho in quanto donna trans e diva pop, mettendo in primo piano la sua voce e un incontinente citazionismo di sottoculture e musiche queer globali, sostando in particolar modo sull’immaginario e lo slang della ballroom culture. Come notavamo allora, i tanti, interessanti brani strumentali di Death Becomes Her, spesso impressionistiche vignette multigenere a cavallo tra dancefloor e sfumature più ambient, finivano in secondo piano, sovrastati dalle punitive, sgangherate interpretazioni di un’Angel-Ho troppo impegnata a sputare esagitati rap di stampo modaiolo per preoccuparsi d’intonazione, varietà o una benché minima parvenza di misura.

L’autoprodotto Woman Call non fa altro che esasperare questa componente, allontanando sempre più Angel-Ho dall’ambiguità e dalle sottigliezze delle sue produzioni più suggestive di metà anni Dieci. Stagliate su basi electro e house tutto sommato piuttosto prevedibili nella loro esasperata ricerca di bagliori e bollori, le parole di Angel-Ho si propongono come inni di “empowerment” e affermazione. Tra iperboliche pose gangsta à la Trina («baddest in the game», si autodefinisce in Spell on You), immancabili celebrazioni di moda, glamour («Slay the runway!», urla in Fame, una sorta di remix del brano di Death Becomes Her, Muse To You) ed erotismo (Kisses Taste Like Honey), non c’è dubbio che in questi brani Angel-Ho trovi la carica necessaria a immortalare la propria figura e celebrare le proprie aspirazioni. Sfortunatamente, l’artista continua a trascurare i propri ascoltatori, ostinandosi a sovrastare i propri brani con vorticose, verbose e disarmoniche interpretazioni vocali di rara indigeribilità. Persino le allusioni jazz nelle chitarre elettriche della title-track e nei passaggi di tromba e sassofono di Golden, di per sé elementi nuovi nel suo portfolio sonoro, finiscono per perdere di senso, con la band schiacciata dalle ingombranti, acidule rime dell’artista.

Considerate le derive iperconsumistiche del mondo di drag e ballroom contemporanei continuamente evocati dall’artista di Cape Town e come questi ultimi si siano sposati a meraviglia con il capitalist realism nell’era di RuPaul Drag’s Race, le ibridazioni di stili e sottoculture queer di una sperimentatrice e teorica “contraria” come l’Angel-Ho di NON sono più che benvenute («I don’t see luxury as wealth», ha affermato provocatoriamente, non a caso, nel 2019). Eppure, spiace dirlo, persino alcuni dei sarcastici, ultracommerciali brani di alcune delle queen di RuPaul suonano più godibili e conturbanti dei pasticciati inni di Woman Call.

23 Aprile 2020
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