Recensioni

Secondo lo storico delle religioni e antropologo rumeno Mircea Eliade, “l’esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato. Le ierofanie e i simboli religiosi costituiscono un linguaggio preriflessivo. Trattandosi di un linguaggio specifico, sui generis, esso necessita di un’ermeneutica propria”. Anche accostandoci ad un disco come quello della cantante e organista svedese Anna von Hausswolff , intitolato, non impropriamente, The Miraculous, sentiamo di aver bisogno di nuovi strumenti interpretativi che si discostino dalla volgarità del mondano, dalle mode etniche più stereotipate e banali e da una miope catalogazione per generi, nicchie consolanti e datate sottoculture di riferimento.
The Miraculous è uscito il 13 novembre 2015 via City Slang in Europa, ad eccezione della Scandinavia, dove viene pubblicato per Pomperipossa Records. Il disco è ispirato ai paesaggi e alla musica tradizionale svedese, in particolare ad un posto dell’infanzia della musicista legato alla lettura del libro di Walter Ljungquist, intitolato Källan (La fonte). Pubblicato nel 1961, il libro, ambientato nella Svezia centrale, racconta la storia di tre bambini alla ricerca di una fonte magica. La prosa dello scrittore svedese, purtroppo non molto conosciuto in Italia, si caratterizza per un marcato interesse per l’antroposofia di Rudolf Steiner e per l’uso di tecniche narrative che lo avvicinano ai lavori di maestri come Proust e William Faulkner. Anna von Hausswolff ha dichiarato in diverse interviste di essere rimasta molto colpita dalla lettura del libro, avvenuta durante le pause del lungo tour del suo disco precedente, Ceremony. L’artista svedese ha trovato nel libro di Ljungquist molti elementi per rievocare proustianamente la sua infanzia e il fascino arcaico delle foreste e dei paesaggi scandinavi. Il risultato è stato il disco più cupo, intimo ed evocativo mai realizzato, nonché l’opera che mostra finalmente appieno il suo talento e le sue alte capacità musicali e canore.
L’ultima fatica della von Hausswolff è stata registrata in buona parte a Piteå, nel nord della Svezia, con l’ausilio di un gigantesco organo acustico a canne (sembra sia composto da ben 9.000 tubi). Occorrono anni di studio e dedizione per suonare uno strumento di tale portata, a riprova che ci sono cose che non si possono improvvisare e che, evidentemente, non sono alla portata di tutti. Il disco presenta varie influenze, da Kate Bush a Terry Riley, con una forte connotazione gotica e doom metal che ricorda un po’ le atmosfere di un’artista molto diversa, ma altrettanto ispirata verso uno “spleen” dark evocativo e atmosferico come Chelsea Wolfe. Per certi versi, se la bruna Wolfe metteva in scena il buio, la malinconia e le tenebre, la bionda von Hausswolff ci colpisce soprattutto con la sua luce e la speranza. Entrambe sono divenute (anti)Dive senza volerlo essere né cercarlo, a differenza di alcune disperate artiste postmoderne che vediamo agitarsi scompostamente in giro. Dal punto di vista strettamente musicale, le capacità tecniche della von Hausswolff eccedono quelle della cantante americana, ma a livello di tensione e di ricerca atmosferica sono per certi versi paragonabili. Indubbiamente è un sound che affascina chi subisce il forte richiamo di una certa atmosfera oscura che sembra ergersi sul nostro presente come un’imponente “forza del passato”. Si ascoltino a riguardo le cupe Pomperipossa ed Evocation, ma soprattutto il brano iniziale del disco, Discovery, dove sentiamo qualcosa avvicinarsi nel buio, tra ritmiche montanti e la voce della cantante che esclama “Run!/Run!/Run to the sun!”. Menzione d’obbligo anche per le chitarre di Karl Vento e Joel Fabiansson e la batteria di Ulrik Ording che accompagnano magnificamente la nostra eroina e il suo lamento ultraterreno che evoca immagini di sacrifici umani e società oramai al collasso.
Il disco è stato anticipato dal brano in anteprima Come Wander With Me/Deliverance, incredibile performance di più di dieci minuti in cui si fondono suggestioni neoclassiche e musica avant rock (non lontana da una certa sensibilità kraut), e dall’intenso video di Evocation, in cui la luce può liberare epicamente tutto il suo potere salvifico sulle tenebre. Nel video vediamo la figura isolata della cantante su un isolotto disabitato nell’arcipelago di Stoccolma mentre ascoltiamo la forza immanente nella natura che sovrasta l’essere umano, tra drone music alla Sunn O))) e fantasmi di Nico e Swans che si agitano in lontananza. Si lascia quindi il posto al brano omonimo, in cui cupe suggestioni alla György Ligeti vengono rievocate attraverso l’imponente suono dell’organo, in un’evocativa pièce che ci trasporta in luoghi altri e misteriosi.
Il disco si conclude degnamente con un delicato brano dark folk più tradizionale intitolato Stranger che riecheggia i dischi precedenti dell’artista svedese, come una perfetta parabola di un viaggio che prevede l’irruzione di qualcosa di soprannaturale, di “miracoloso”, sullo sfondo di una natura immanente che implacabilmente ci sovrasta. Una Natura “sacrale” a cui noi cerchiamo comunque di dare umanamente un significato, seppur preriflessivo e nascosto tra le pieghe del suono.
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