Recensioni

7.2

Negli ultimi anni le release discografiche firmate Surgeon si sono diradate: dopo l’album Breaking The Frame, del maggio 2011, e a parte un 12” e mezzo (la traccia As You Breathe Here Now nello split uscito per Semantica Records nell’ottobre 2012 e Fixed Action Pattern dell’agosto 2014, pubblicato dalla Token) e qualche remix (tra cui uno recentissimo per Svreca), il camice bianco da techno-chirurgo (con specializzazione in industrial certificata Downwards) viene ultimamente utilizzato da Anthony Child solo per continuare a fare a pezzi i dancefloor internazionali, nei tanti appuntamenti che l’inglese prosegue a fissare in giro per il mondo (mettendo nel frattempo ordine e pulizia negli archivi, con riedizioni o pubblicazioni di inediti del glorioso periodo 1994-1996 – via SRX, collana ad hoc della personal label Dynamic Tension – e l’uscita del box set Tresor con le versioni rimasterizzate dei tre album usciti per l’etichetta tedesca tra il 1997 e il 1999).

Prendono così più spazio le attività laterali, per le quali Child spende nome e cognome, più lontane dalle piste da ballo e dalla cassa in quattro e più vicine a quel mondo obliquamente ambient e sperimentale da sempre amato dal Nostro: passione testimoniata già con l’album Guitar Treatments (pubblicato nel 2002 in duo con Andrew Read, amico ed ex-compagno di band – entrambi nei primi anni novanta militavano nel gruppo brummie prog/space-rock Blim), e più recentemente con The Space Between People And Things (2012, NNA Tapes. Il titolo cita un verso tratto da un pezzo dei feticci Coil), esperimento di astratta drone music e field recordings frutto di sperimentazioni registrate tra il 1996 e il 2012. In particolare l’esercizio di verticalismo che chiude la seconda parte di quest’ultimo lavoro, e ancora più chiaramente l’ora e mezza di improvvisazione proposta all’ultima edizione dell’esclusivo festival gallese Freerotation sono evidenti prodromi delle meditazioni per musica e natura di Electronic Recordings from Maui Jungle Vol. 1.

Tutti i suoni dell’album provengono dal sintetizzatore analogico portatile Buchla Music Easel e dalla giungla hawaiana nella quale Child ha suonato e registrato. La storia ci insegna che “Buchla portatile” è quasi un ossimoro: nel caso del Music Easel si tratta comunque di un synth semimodulare da 4.000 dollari (prima che tornasse in produzione esistevano solo rarissime unità ancora funzionanti della versione originale degli anni settanta), molto sensibile e difficilmente domabile, ma in grado di restituire magie inaudite ai pochi iniziati. Il confronto con le produzioni di un altro fortunato possessore di cotanto strumento viene facile, ma rischia di fuorviare: con la bellissima trilogia Forse (2013-2015, Important Records) Alessandro Cortini ha dimostrato padronanza e sensibilità da virtuoso inarrivabile. Anche eventuali paragoni con l’ultimo lavoro per Music Easel del pioniere Charles Cohen (Brother, I Prove You Wrong, maggio 2015, Morphine Records) lasciano il tempo che trovano: le potenzialità della macchina sono tali da poter essere utilizzate in modi difformi e assolutamente personali. Qui i riferimenti più immediati vanno al versante Berlin school delle esperienze kraut degli anni settanta, con Edgar Froese come principale nume tutelare. Electronic Recordings… condivide la stessa aura e trae ispirazione dallo stesso Oceano Pacifico di Epsilon in Malaysian Pale, uscito proprio quarant’anni fa: e non pare un caso che le registrazioni di Child a Maui siano cominciate proprio il 21 gennaio 2015, ovvero il giorno dopo la morte del tangerine dream. Electronic meditation(s), appunto.

L’approccio di Child esalta le doti fisiche, quasi biologiche della tastiera sensitive-touch e dei particolari circuiti elettronici del modulo 208, i cui suoni si fondono con quelli dell’ambiente circostante: gli insetti, gli uccelli, la pioggia di Maui sono parte integrante dell’opera. Attenzione: ambiente, non ambient. Oscillante tra bordoni ipnotici (che ricordano le ricerche di La Monte Young, ma anche l’harmonium indiano di Nico) e imprevedibili arpeggiature, con una particolare attenzione verso gli sviluppi timbrici e spettro-dinamici, il risultato è ostico, impegnativo, faticoso, ma estremamente appagante per tutti coloro che sono disposti ad accompagnare per 85 minuti le dense e organiche improvvisazioni dell’artista inglese. Noi attendiamo già il secondo volume.

 

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