• Mag
    11
    2018

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Domino

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Sono trascorsi cinque anni dall’esplosivo AM, dichiarazione d’intenti per gli Arctic Monkeys che dopo qualche anno di stanca annunciavano il proprio ritorno rock scomodando i fasti del britpop più prestigioso (sponda Blur), ma rivestendolo di una patina tipicamente americana (tra Jack White e Foo Fighters) in modo da non dare adito a equivoci sulla vena espressiva di una band ormai pienamente consapevole della propria identità (e in questo senso andava interpretato il titolo serrato di quel disco). Nell’anno domini 2018, e con alle spalle la seconda uscita discografica dei suoi Last Shadow Puppets, Alex Turner cambia nuovamente rotta e organizza per le sue scimmie artiche una piccola rivoluzione che non ha paura di scomodare i grandi monumenti musicali del passato. Impossibile, infatti, non tornare con la mente alla potenza sconvolgente di un disco come Pet Sounds dei Beach Boys, al quale il nuovo Tranquility Base Hotel & Casino è ovviamente ispirato, sia in termini musicali che produttivi, o al Revolver dei conterranei Beatles.

Piccolo antefatto: nel 2016, Alex Turner riceve da un amico uno Steinway Vertegrand per il suo 30° compleanno. La mente, quindi, torna alla sua infanzia, quando per qualche anno prese lezioni di pianoforte, il cui unico risultato fu quello di riuscire a pizzicare i tasti in maniera improvvisata e anche un po’ comica. Decide allora di approfondire e dopo giorni interi passati davanti al pianoforte inizia a concepire le prime melodie. L’atmosfera è delle più rilassate, quasi fossimo proprio all’interno di un mini-club hollywoodiano, con luce soffusa e il fumo di qualche sigaro clandestino che si diffonde attraverso il locale. È un colpo di fulmine inaspettato. Il ritrovato amore per quello strumento a lungo accantonato in un angolo della propria memoria, spinge Turner in una direzione inedita che porta alla composizione di questi undici brani dalla forma e la struttura precisissima, la cui impressione iniziale potrebbe portare qualcuno a parlare di maniera, ma che a un ascolto attento finirà per ricordare essenzialmente la parola architettura.

Già, perché proprio come la scultura rappresentata sul fronte di copertina, Tranquility Base Hotel & Casino è un lavoro concepito per stupire, dalle forme ora sinuose ora arzigogolate, che alla fine della giostra regala un senso di appagamento derivante dalla perfetta alchimia tra tutte le parti chiamate in causa. E proprio come nel già citato Pet Sounds, è come se un milione di suoni vibrantissimi si fossero messi d’accordo per risuonare armonicamente all’unisono, ciascuno col proprio delicato compito: imboccare una strada del tutto inedita per la storia del gruppo. Ci pensa benissimo quindi Star Treatment a dettare le linee guida di una discesa nell’anima più dolce del suo cantautore, che con un enfasi malinconica ricorda i primi sintomi di una malattia musicale pronta a diffondersi in ogni parte del suo corpo («I just wanted to be one of the Strokes, now look at the mess you made me make / Hitchhiking with a monogrammed suitcase, miles away from any half-useful imaginary highway») per poi incalzare con One Point Perspective, aggiornamento wilsoniano del pop più aggraziato che ha più di qualche punto in comune con i recenti Grizzly Bear (riff al piano compreso).

Un’indole causticamente politica si affaccia alla nuova visione – al netto della consueta dolcezza dell’incedere – come in Golden Trunks, tra Presidenti wrestler innamorati della propria immagine e la noia abitudinaria da social network («The leader of the free world reminds you of a wrestler wearing tight golden trucks / My virtual reality mask is stuck on ‘Parliament Brawl’ / Emergency battery pack just in time for my weekly chat with God on Videocall»). Ci accomodiamo, invece, come all’interno di una sala cinematografica per assistere al cambiamento in atto di questa band che pure non dimentica le proprie radici, il passato recente o i binari paralleli (la title-track è un pescare a piene mani dal futuro, ma con uno sguardo sottile all’esordio solista, Submarine, mentre Four Out of Five servirà da ciambella d’emergenza per coloro che avevano amato alla follia AM). The World’s First Ever Monster Truck Front Flip ci riporta alla vena squisitamente beachboysiana dell’album, con quell’andamento che cita a più riprese Let’s Go Away for Awhile.

Nella parte conclusiva del disco emergono prepotenti le influenze beatlesiane che qui è là avevano già fatto in capolino in passato; così, She Looks Like Fun appare come la sintesi ragionata tra l’animo da poeta rivoluzionario di Lennon, la prosa malinconica di McCartney e l’inconfondibile riff harrisoniano alla chitarra. A Batphone e The Ultracheese viene lasciato il compito di chiudere in maniera drastica questo ritorno entusiasmante: all’impatto devastante dell’incipit è legata una chiusa altrettanto improvvisa e inaspettata, rimandando a un eventuale prossimo capitolo cui spetterà il compito di stabilire se gli Arctic Monkeys rinati di Tranquility Base Hotel & Casino siano stati solo una parentesi geniale oppure l’inizio di un nuovo e accattivante corso tutto da scoprire.

11 Maggio 2018
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