Recensioni

West London, 2018. Comincia qui la storia di una diciassettenne, Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho, non ancora Arlo Parks. La location è un classico appartamento condiviso, dove lei si presenta con la sua timidezza, la sua fragilità tendente alla malinconia, la goffaggine di un’adolescente che non ha ancora occhi abbastanza grandi per guardare il mondo. Qui incontra Luca Buccellatti, producer che ha appena messo insieme un brano. “Ehi, fermo: togli le parole e dammi cinque minuti”, sbotta lei. Si chiude in sé per mettere insieme i versi, pescandoli dal proprio vissuto, ed ecco là la prima canzone della fulminante (finora) carriera di una nuova cantautrice/poetessa UK. Cola diventa il biglietto da visita che da West London, passando per Spotify, l’ha messa in rampa di lancio per un tour USA, fermato solamente dal Covid.
Si scrive Londra, ma si legge meticciato, intersezionalità, incrocio di culture. Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho è per un quarto francese, un quarto ciadiana e per metà nigeriana. Tanta Nigeria, proprio come per Bernardine Anne Mobolaji Evaristo, la scrittrice figlia di immigrati che con il suo Ragazza, donna, altro ha vinto il Man Booker Prize 2019 raccontando di lesbiche da combattimento, polygenre, trans e transgender in un Regno Unito a tante sfumature di blackness e molto, molto contemporaneo. Da questo magma che pulsa sempre più forte, Arlo Parks pesca anche il titolo dell’album di esordio, preso da Della bellezza di Zadie Smith, la scrittrice che forse per prima ha indagato l’incrocio tra essere donna e nera in UK, diventando un punto di riferimento per un paio di generazioni.
Ma musicalmente, dove si collocano questo dodici canzoni? Si potrebbe riassumerle in un cantautorato influenzato dal trip hop (guarda caso, uno dei generi che sono nati in Inghilterra proprio dall’incontro/scontro di immigrati), dallo spoken word/poetry (ma lontano dalla angst militante di Kae Tempest), con spruzzate di A Tribe Called Quest, D’Angelo, del Gil Scott-Heron meno duro e lo spleen (tardo)adolescenziale dei Cure. In cameretta, dove tutto è stato composto, i poster appesi sono Jimi Hendrix, David Bowie e MF Doom, ma dovrebbe aggiungere almeno Joan Armatranding e Frank Ocean per completare davvero le proprie coordinate musicali.
Vent’anni e un talento così grande, già abbastanza maturo da scalare il mondo indie e affacciarsi con i numeri giusti al mainstream (che vuol dire finire nella soundtrack di una serie HBO, essere oramai pronta per il mondo pubblicitario lato Gucci, diventare personaggio anche oltre la propria musica). Non a caso se ne sono occupati molto anche i media non strettamente musicali, in UK come in USA, certificandone lo status di artista oramai pronta per i palchi più importanti. Ascoltando i numeri migliori del disco, dalla già ben nota Hurt che sa di jazz-lounge alla potente Black Dog dedicata a un amico scomparso prematuramente, passando per la fiorita Just Go, il tema principale è sempre lo stesso, variato alla bisogna: il dolore a volte senza senso, a volte scelto che la vita ti mette davanti. Soprattutto quando da teenager non hai le spalle forti per reggerlo.
Ma non immaginatevi la storia di una ragazza difficile: Arlo Parks non ha conflitti con i propri genitori con cui pare vivere ancora, non si è rifugiata nelle droghe per alienarsi da un mondo brutto e cattivo. Lei in questa materia variopinta che è la West London di oggi, con la sua fluidità di genere, i background variegati dei suoi abitanti, con la sua passione per la poesia ci vive benissimo. Solo che le piace esplorare quel morso al ventre, quell’ovattamento da piccole incomprensioni per capirsi e capire meglio. Con la stessa semplicità con la quale mette insieme una brandello di melodia o un verso, facendosi specchio naturale di tutti gli adolescenti e di tutti gli adulti che non hanno del tutto abbandonato quella dimensione: le sue canzoni risuoneranno e scalderanno i cuori. A cominciare dal pubblico di We Are Who We Are di Luca Guadagnino, che pare il corrispettivo perfetto delle canzoni di Parks per immagini. Forse, però, è ancora presto per dire se è nata una stella.
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