Recensioni

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Nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
ero un accattone. In ginocchio,
guardavo, dal buco della chiave, non
l’uomo sotto la doccia, ma la pioggia
che lo trafiggeva: corde di chitarra che si sfilacciavano
sulle spalle rigonfie.
SogliaCielo notturno con fori d’uscita, Ocean Vuong, 2016

Questi sono i primi versi con cui il pluripremiato Ocean Vuong apre la sua prima raccolta di poesie, Cielo notturno con fori d’uscita. Vietnamita di nascita, il poeta statunitense (classe 1988) è approdato recentemente nel romanzo epistolare con Brevemente risplendiamo sulla terra (2019), un’intensa autobiografia dedicata al ricordo della madre. Diviso tra le sue origini asiatiche, saldamente intrecciate con un non-vissuto (per lui) passato di guerra e terrore, e il suo presente (splendidamente intollerante) a stelle e strisce, l’universo emotivo di Vuong si dipana attraverso gli opposti, le contraddizioni, l’alto unito al basso, la riflessione politica e l’erotismo omosessuale, la lingua vietnamita (con cui è cresciuto) e la lingua inglese (con cui è stato istruito). E tutti questi elementi sono incarnati nella descrizione dei due genitori: una madre protettiva ma violenta (affetta da stress post-traumatico) e un padre assente, il cui ricordo sbiadito ma inseguito si fa metafora del desiderio sessuale dello scrittore (il corpo spiato di Soglia è quello paterno).

Jack Dylan Grazer & Jordan Kristine Seamón. Still da “We Are Who We Are – Stagione 1” (2020). Regia: Luca Guadagnino

All’inizio del terzo episodio (Right Here, Right Now III) di We Are Who We Are, miniserie HBO/Sky diretta da Luca Guadagnino e ideata insieme allo scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi, Il corpo umano, Divorare il cielo), i due giovani protagonisti Fraser (Jack Dylan Grazer) e Caitlin (Jordan Kristine Seamón) sono sdraiati in una piccola barca a remi e si stanno facendo cullare dall’impercettibile ondulare della laguna di Chioggia; è la prima volta che li vediamo separati dal gruppo di amici (di lei). Il ragazzo ha tra le mani uno dei suoi libri preferiti, Cielo notturno con fori d’uscita. Cat, incuriosita, gli chiede un estratto (l’inizio di Soglia) e gli rivela di non capire la poesia. Fraser, che è «in cerca di un significato», controbatte recitando a memoria il componimento che la ragazza stava leggendo in classe quando l’ha spiata/ammirata per la prima volta (Right Here, Right Now I): contenuti in Foglie d’erba (1855), quei versi sono tra i più esemplificativi della poetica di Walt Whitman perchè esprimono alla perfezione l’organicità del suo linguaggio, il culto per il pulsare della vita nei suoi istanti e l’idea che anima e corpo debbano essere considerati la stessa cosa.

Io sono colui che ha un angoscioso desiderio d’amore;
gravita la terra? la materia non attira, bramandola,
tutta la materia?
Così il mio corpo verso tutti quelli che incontro o conosco.
(Io sono colui che ha un angoscioso desiderio da Children of Adam contenuto in Foglie d’erbaWalt Whitman, 1855)

We Are Who We Are inizia con due episodi speculari, complementari e ambientati nello stesso arco di tempo. Il primo è dedicato a Fraser e alla sua eccentrica immagine (capelli ossigenati, unghie smaltate, abiti appariscenti), alla sua stranezza emotiva e comportamentale, al nascosto passato nella città-natale New York, alle due madri Sarah (Chloë Sevigny) e Maggie (Alice Braga) con cui ha un rapporto conflittuale e al loro trasferimento nella base militare statunitense di Chioggia (Sarah è il nuovo colonnello-capo). Il secondo episodio (Right Here, Right Now II) è incentrato invece su Caitlin, i suoi silenzi, i bellissimi e voluminosi capelli, il magnetico volto alieno, il corpo filiforme, la routine dentro/fuori la base, l’amicizia stretta con la sfacciata e formosa Britney (Francesca Scorsese), il legame d’amore/odio col fratello Danny (Spence Moore II), l’inconcludente relazione con Sam (Ben Taylor), l’incomunicabilità con la madre Jenny (Faith Alabi) e, soprattutto, la profonda ammirazione per il severo padre Richard (Kid Cudi).

Jack Dylan Grazer & Jordan Kristine Seamón. Still da “We Are Who We Are – Stagione 1” (2020). Regia: Luca Guadagnino

La straordinaria complessità di questa prima serie di Guadagnino è data dal semplice fatto di non avere una storia ben definita, lineare e questo perchè sono gli stessi protagonisti a vivere quotidianamente in uno stato di fluidità, continua mobilità e indeterminatezza, in maniera simile al moto ondoso della laguna. In un certo senso, è l’esplosiva manifestazione del loro io nel qui e ora (come recitano i titoli degli episodi) ad essere la storia di We Are Who We Are; spesso infatti, a rimarcare il concetto, il regista blocca le sequenze più importanti con un improvviso fermo-immagine che ne impedisce la fuga. Mentre parte degli adolescenti abbracciano l’ardente, confusionaria, rumorosa, enigmatica bellezza della loro età o della loro sacra individualità, altri invece ne soffrono proprio l’ignoto, l’incertezza, lo squilibrio, non capendo quanto in futuro possa rivelarsi un sinonimo di libertà. Così alcuni adulti si spingono oltre i limiti (auto)imposti durante le tappe delle loro relazioni, a differenza di quelli che invece non ne comprendono l’improvviso e drastico cambiamento (in questo caso è centrale l’elezione di Donald Trump nel 2016, la cui presenza televisiva apre anche ad una piccola riflessione politica).

Semplificando la drammaturgia di Guadagnino/Giordano e dei co-sceneggiatori Francesca Maniero e Sean Conway, si potrebbe dire che tutti i personaggi-pianeti della serie, talvolta anche eccessivi e repellenti ma non meno veri (Right Here, Right Now IV), s’incontrano e si scontrano violentemente con loro stessi e gli altri, orbitando dentro varie fasi di transizione (fisica, sessuale, di genere, emotiva, religiosa, politica) che scorrono tra stili di vita opposti e inconciliabili. A questo singolare micro-universo sono agganciati in equilibrio, come nelle colorate e “precarie” – anche se matematicamente certe – costruzioni di Alexander Calder, tutti gli aspetti narrativi ed estetici della serie.

Jack Dylan Grazer & Jordan Kristine Seamón. Still da “We Are Who We Are – Stagione 1” (2020). Regia: Luca Guadagnino

Per esempio non è un caso che Fraser e il suo “amore nascosto e proibito” Jonathan, l’ufficiale interpretato da Tom Mercier, siano ossessionati da un poeta come Ocean Vuong, che per superare l’assenza del padre ha ritrovato sé stesso nell’essere “l’una e l’altra cosa”. E ancora più creativa e geniale risulta la scelta scenografica di una base militare statunitense su suolo italiano, una terra di mezzo regolata dalla rigidità (anche d’abbigliamento, su cui risaltano le splendide scelte consumistiche di Giulia Piersanti) e abitata da nomadi, sia perchè la loro permanenza è temporanea sia perchè fuori dal recinto sono di fatto turisti.

Ma fuso al lavoro in sede di scrittura, come l’anima e il corpo nella poesia di Whitman, c’è lo sguardo di Guadagnino, abile scultore di figure plastiche che travalicano la bidimensionalità dello schermo cinematografico (e televisivo). Attraverso la camera da presa il cineasta palermitano dà vita all’immagine grazie alla sua inconfondibile passione per la forma che è anche sostanza, per la musica e il costume, per il corpo nelle sue varie declinazioni, secrezioni, contorcimenti e trasformazioni. Come erano gli abbagli di colore in Io sono l’Amore (2009), l’acqua di cloro in A Bigger Splash (2015), il succo di pesca misto a sperma di Chiamami col tuo Nome (2017) o la putrida esplosione di interiora di Suspiria (2018), anche in We Are Who We Are si fa particolare attenzione a mescolare elementi propri del corpo umano (lacrime, sudore, sangue, urina, saliva) con altri che provengono dall’ambiente esterno e spesso naturale (marmellate, birra, whiskey, sugo di pomodoro, latte): lo scopo è richiamare a pulsioni antiche, primordiali, comunemente condivise, in un’esperienza visiva che riesce a coinvolgere concettualmente tutti i cinque sensi.

Still da “We Are Who We Are – Stagione 1” (2020). Regia: Luca Guadagnino

Per ultimo, ma non per importanza, un altro aspetto che fa di We Are Who We Are il nuovo punto fermo del teen-drama (tale da rendere alcuni esperimenti italiani ancora più imbarazzanti) è senz’altro la colonna sonora: da quella originale scritta da Devonté Hynes aka Blood Orange a quella non-originale che mescola sorprendentemente un grande compositore orchestrale come John Adams (già onnipresente in Chiamami col tuo Nome) con artisti della popular music nazionale (Cosmo, Calcutta, Anna Oxa, Francesca Michielin, Raf) e internazionale (Radiohead, Prince, David Bowie, Kendrick Lamar, The Rolling Stones, Drake, Post Malone, Frank Ocean, Neil Young, Lady Gaga).

È la costante presenza spirituale del venerato Blood Orange (Right Here, Right Now VI), che fonde una ricerca delle radici black con l’orgoglio del mondo LGBTQIA+, a tenere insieme questo caleidoscopio musicale che mixa e trascende i singoli generi, aprendosi a milioni combinazioni, possibilità, gusti; anche in questo caso l’indeterminatezza è la chiave di lettura ed esplode nell’episodio finale – stupendamente aperto – durante il concerto dello stesso Hynes al Locomotive Club di Bologna (Right Here, Right Now and Last VIII). Il futuro di Fraser e Caitlin, maschere liquide e sognanti dell’adolescenza, è ancora tutto da scrivere ma, a differenza di (quasi) tutte le opere del genere teen, la loro storia e l’insegnamento che ne deriva non è prerogativa solo della loro età. Anzi.

Time will tell if you can figure this and work it out
No one’s waiting for you anyway, so don’t be stressed now
Even if it’s something that you’ve kept your eye on
It is what it is
Time Will Tell, Cupid Deluxe, Blood Orange, 2013

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