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    20
    2017

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Domino

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A quasi quattro anni di distanza dall’ultimo album in studio (in mezzo, il non così necessario EP Habitat) gli Austra si riaffacciano sulle scene con un hype ridimensionato ma con la stessa capacità di sapersi ritagliare una piccola nicchia all’interno della scena art/synthpop mondiale. Lo fanno con Future Politics, un lavoro fondamentalmente meno glaciale ed austero rispetto al fragoroso esordio Feel It Break e al contempo meno ritmico rispetto all’interlocutorio Olympia. Lo spettro musicale non è infatti colorato e ricco di sfumature quanto lo era nell’opera precedente, ma è ormai chiaro che la componente più oscura ed ossessiva dell’Austra-sound (che, seppur in formato maggiormente bouncing, avevamo ritrovato nei TR/ST, progetto inizialmente tra le mani di Maya Postepski) risulti, oggi più che mai, un lontano ricordo. D’altronde la mastermind del progetto, Katie Stelmanis, non è più la ventenne alla ricerca di un’estetica cool, e con la piena maturità ha saputo tramutare certe ambizioni prettamente stilistiche dei primi tempi in ambizioni più articolate e dal sapore, se vogliamo, pseudo-concettuale.

Non sorprende che lo sviluppo del terzo album sia andato di pari passo con una fase di crescita personale (tra le altre cose, per un periodo Katie ha vissuto in Messico) in cui la Nostra si è avvicinata al pensiero accelerazionista (ha scritto la title track dopo aver letto il saggio #ACCELERATE MANIFESTO) e più in generale a un desiderio di libertà post-capitalista. Future Politics è quindi ad oggi il suo lavoro più personale, inteso non tanto a livello di intimità dei sentimenti, quanto invece a livello di riflessioni esistenziali sulla società e sul potere della collettività, lambendo talvolta ideali forse fin troppo ottimistici e dalle derive utopistiche. Se le tematiche rendono le undici tracce quantomeno stimolanti, musicalmente Future Politics mostra qualche limite di troppo. Per esempio l’estensione vocale di Katie è ancora uno dei trademark dell’intero progetto (si prenda I’m a Monster, apparentemente martoriata a livello ritmico, prima di sfociare in un binario berlinese), ma il suo vibrato da opera non sorprende più e tende ad essere fin troppo statico lungo il disco. La coesione (sia come missaggio che come sequenze ritmiche) tra il cantato e le basi non sempre è buona, mentre altrove sembra mancare qualcosa (ispirazione? una produzione calibrata maglio?): Utopia difetta forse di un po’ di verve a livello di drumming elettronico (il giro di tastiera vagamente nostalgico invece funziona bene), l’incrocio tra malinconici e dilatati tappeti di synth ed il secco beat digitale di We Were Alive non convince del tutto nonostante l’atmosfera nebulosamente Sci-Fi, mentre la melodia di Angel In Your Eye non riesce ad essere contagiosa quanto potrebbe. Più riuscita in ottica club la title track, trascinante connubio di arpeggi sintetici e cassa dritta dal retrogusto mitteleuropeo. La situazione si fa più avvolgente e le armonie si fanno più a fuoco in I Love You More Than You Love Yourself, ma in definitiva qui non troverete una nuova Beat and the Pulse o una nuova Spellwork.

L’evoluzione degli Austra è più tortuosa di quanto si potesse pensare inizialmente, e oggi li posiziona in una sorta di limbo sospeso tra il rammarico di una grande promessa mantenuta solo in parte e le certezze qualitative che, nonostante tutto, i canadesi sanno fornire anche negli episodi minori.

15 gennaio 2017
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