Recensioni

7.5

Since I Left You era una pastella sciropposa di vecchie pellicole colate nell’MDMA, la faccia urbana di un disegno rurale che due anni più tardi i Books spareranno sulla tela a mo’ di action painters, la Beta Band finita come Alex con gli aghi negli occhi a guardare una sequela infinita di documentari sul post-war dream americano. Questo e molto di più è stato il folgorante esordio di un gruppo australiano che alla fine dei 90s ha passato una quantità di ore spropositata nei mercatini di Sydney tirando fuori dal nulla un mezzo capolavoro basato su 1000 sample provenienti da 600 album superscontati, dischi che magari saranno stati anche gli stessi utilizzati, al di là dell’Atlantico, da un tale Luke Vibert con l’alias sampledelico preferito Wagon Christ, ma che hanno concorso ad un risultato ancor più entusiasmante, carico, stordente e, particolare non da poco, assuefacente.

Da qualsiasi punto di vista lo guardiamo, allora come oggi, parliamo di un esordio a base di musica kitsch rinforzata a steccate di breakbeat, ma anche di cultura del campionamento imparata sui dischi dei Daft Punk e, magari, anche su quelli dei Chemical Brothers oltre, naturalmente, a quelli di scuola hip hop. E tutto questo in un disco con un set and setting suo, una bestia unica nata dall’applicazione del concetto di plunderphonics di John Oswald (meglio, la sua deriva educational film dei Cinquanta), dunque una forma di sound collage che, parafrasando Reynolds, congelava la nostalgia in qualcosa di ketaminicamente festoso. Per tagliar corto, lo stesso miracolo succede grossomodo in questo secondo album lungo uscito a ben sedici anni da quell’esordio ma di fatto suo diretto discendente.

Depistato (il giusto) da un singolo bandistico-circense in area Caparezza (il miglior Caparezza, s’intende), con le rime di Danny Brown e MF Doom (Frankie Sinatra), il disco vede le due menti creative dietro al progetto, ovvero Robbie Chater e Tony Di Blasi, alle prese con il loro auto-dichiarato Smile (l’album perduto/ritrovato dei Beach Boys) rivisto epoca Daisy Age (quella dei De La Soul). Un disco plunderfonico come al solito ma anche più suonato da loro (sopra i sample), qualcosa di più hip hop del precedente (geniali le rime e il mood Sesame Street di The Noisy Eater), ma soprattutto il risultato di una grande mietitura (disco)psichedelica in cui riecheggia tutto lo scibile possibile degli stili legati all’intramontabile genere, dalla California dei 60s allo shoegaze dei 90s (Colours), dai fratelli Wilson ai Beatles, dai My Bloody Valentine ai Mercury Rev (Wildflower).

Il disco è imbattibile soprattutto nella prima parte, con Sonny Cheeba e Geechi Suede (Camp Lo) a rappare assieme alle strofe di un bambino preso dagli anni Quaranta(?) o Cinquanta(?), le basi rubate da un vecchio pezzo soul (Want Ads delle Honey Cone) con coda ripresa da qualche telefilm degli 80s, e in una serie di brani in area disco (Going Home), proto-house o indie-disco (If I Was A Folkstar), con Subways a rappresentare l’altro grande asso della scaletta, anzi la bomba proprio, tripudio di 70s e lustrini come se piovesse, ancora voci di bambini/adolescenti e il classico looping di voci rubate dei Nostri (in questo caso, l’omonima traccia del 1980 cantata da Chandra Oppenheim, vedi il pre-teen post-punk di New York per maggiori dettagli) che li reclutano idealmente come remixer ideali dei Tame Impala. Poi, chiaro, ci si perde in sogni bucolici (Zap!), frequenze radio che ti portano dalle parti di Willy Wonka (Wildflower, con l’orchestra di Jean-Michel Bernard, i Moog degli stessi Avalanches e, toh!, guarda caso Jonathan Donahue dei Mercury Rev che canta tra gli altri nella successiva Harmony) o dei Beach Boys strattonati rap (Live A Lifetime Love). Come dicevamo, la scaletta verso la fine potrebbe dare la sensazione di cedere, ma è soltanto per un inevitabile effetto accumulo o la conseguenza di un, voluto, eccessivo, frazionamento (troppi interludi?). Poco male, anche perché il disco prima o poi inghiotte tutto e tutti nelle sue maglie. E rappresenta un insperato grande ritorno.

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