Recensioni

7.2

A distanza di paio di anni dal piccolo gioiello che, in sede di recensione, soprannominammo Porter’s Psychedelic Breakfast (citando i Pink Floyd), Avey Tare torna con un album decisamente differente. La folktronica essiccata sotto il sole d’agosto di Eucalyptus ha lasciato il posto a una produzione maggiormente stratificata, vivida ma anche amplificata, in cui voce e chitarra acustica si fanno fraterna guida di colorate e immaginifiche scenografie. Particolarità della nuova prova è il mezzo con il quale è stata incisa: lo stesso multitraccia – Tascam 48 – con il quale gli Animal Collective incisero Sung Tongs; al netto delle animalesche lallazioni di quel disco, è proprio la freschezza del suo impianto – con l’acustica piazzata spesso davanti al mix – a guidare le nuove stroboscopiche prelibatezze, materia alla quale Dave ha voluto tornare per riconquistare un sound da un’angolazione uguale e differente al tempo stesso, un suono per sua stessa ammissione sospeso tra (quel) passato e possibili futuri, tra Buddy Holly e i robot, il country di Waylon Jennings e le colonne sonore spaghetti western di Morricone.

Sono gli ideali riferimenti che lo stesso classe ’79 immagina ma che non troverete (almeno direttamente) in un disco la cui press release è rappresentata da un suo racconto di fantasia. Più concretamente, la prospettiva di Cows on Hourglass Pond è angolata sul formato canzone, con Hors probabilmente il pezzo serenata più tradizionale che il Nostro abbia mai composto finora a chiudere una scaletta che, come da tradizione di famiglia e come i più noti brani firmati in solo da Mr Panda Bear – non si fregia del ritornello. A rimanere sono così le strofe, jam di parole e melodia che Porter recapita accompagnandosi a sognanti (What’s The Goodside) come riflessive (Nostalgia In Lemonade) composizioni, pastorali per attitudine, elettroniche come a inseguire un sogno on the road (coi robot), e con la sei corde in centrale lateralità a schizzare jangle brio nel tumulto (Eyes On Eyes) oppure a pennellare in morbidezza (Chilly Blue). L’Eucalipto rimane l’essenza, la linea guida olfattiva per queste che sono folk song nate (e provate dal vivo) durante il tour invernale di quella prova. Non ci si addentra nelle recondite zone dell’inconscio dell’esordio Down There ma il missaggio ne conserva senz’altro l’acquatica densità (Saturdays again) e questo anche in ricongiunzione con il recente disco degli AC – senza Panda Bear e perciò molto Avey Tare – Tangerine Reef.

Cows on Hourglass Pond è un disco a tinte fluo, rosso rubino, blu oceano, che non spiazza come il suo magico predecessore. Non è neppure una prova che sembri cercare un posto tra gli album di fine anno o che possa competere con il repertorio maggiore dei Painters. Eppure è un altro di quei capitoli firmati dalla famiglia allargata – vedi anche Buoys – a stamparsi in fronte come assoluto oggetto di culto.

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