Recensioni

A partire da Down There il sistema solare Animal Collective ha potuto contare su un pianeta in più. Dave Portner, in arte Avey Tare, esordiva quell’anno – era il 2010 – come solista. Le cose successe prima, vedi la collaborazione estemporanea con la (ora ex) moglie Kría Brekkan, Pullhair Rubeye, o Terrestrial Tones, il progetto con Eric Copeland dei Black Dice, erano a buon titolo satelliti attorno ai pianeti / album (e mettici anche gli EP) della casa madre. E certo neppure quel debutto formalmente era così emancipato dalla ricetta psichedelica che aveva decretato il successo della premiata ditta nei 00s. Era Porter stesso però ad essere cambiato: s’era messo in testa di utilizzare l’output solista come valvola di sfogo per esprimere cose sue, ancor prima di sperimentare in libertà nuove varianti arrangiative. Potabile e rhythm based come era stato Merriweather Post Pavilion, quella prova ne ribaltava gli arrangiamenti, invertendone ingegnosamente le finalità. Dove il masterpiece della band era luminoso, empatico e avvolgente (un brano su tutti, My Girls), il primo vero album solista di un tribolato Avey Tare, alludendo già dal titolo ad un mistico mondo subacqueo down there (“laggiù”), navigava a vista per le oscure lande dell’inconscio. Niente di troppo tormentato, eppure nulla di rassicurante come accadeva nella band madre o nei lavori del suo più accreditato membro attivo come solista, Panda Bear.
Il disco scaturiva, come spesso accadrà anche in seguito nella carriera del musicista, da un periodo piuttosto teso e sentimentalmente delicato (vedi una Heather in the Hospital dedicata alla sorella malata di cancro). Nondimeno, tensione e tedio venivano scansati a colpi di immaginazione e speranza, risolvendosi così nella più classica delle fughe wilsoniane. Da lì abbiamo avuto altre pubblicazioni discografiche firmate AC, una dislocazione geografica dei suoi componenti che li ha visti sempre più distanti l’uno dall’altro (vedi Lennox, da anni residente a Lisbona) e un disco che apriva al “garage-psych” per mano di un power trio firmato dagli Avey Tare’s Slasher Flicks, ovvero Portner, Angel Deradoorian e Jeremy Hyman, prova quest’ultima senz’altro più luminosa, creativamente confusionaria, a picco sul ventre della pschedelia tra plasticità e scanzonata spensieratezza.
Fino a ieri, in pratica, tutto è andato come era prevedibile che andasse: nuove interessanti evoluzioni all’interno del più originale e caratteristico planetarium dai noughties in poi. E pertanto ci saremmo accontentati di ascoltare un’altra di queste elettro-agresti schegge anche in Eucalyptus. Il disco però si rivela come un’autentica sorpresa: disattende sia il pop dei “pittori” che la trasfigurazione della California dei Beach Boys, e prova qualcosa di, questa volta sì, distinto, talmente distinto, e autorevole, che potrebbe stare accanto all’iconico Person Pitch di Panda Bear (e senza sfigurare). Grazie alle delicate, a tratti invisibili, orchestrazioni di Eyvind Kang, le nuove canzoni, o meglio questi arrangiamenti sciolti nella salsedine, non rappresentano più bagnate versioni Gremlin degli AC bensì qualcosa di dichiratamente elettroacustico per chitarra, field recording e una girandola di effetti, reali o artificiali, ad aggiungere tridimensionalità, colore e densità emotive come ambientali. A registrarle, il sodale Deakin e, ancora una volta, la Deradoorian contribuisce vocalmente qui e lì.
Detto così sembra il revival della folktronica di inizio Duemila. Acqua. Il disco, lungo qualcosa più di un’ora, inzuppa in riva al mare un po’ di tutto, dai Pink Floyd più pastorali e/o “californiani” (via Flaming Lips) al Paul Simon degli 80s contenuto nel più classico dei message in a bottle. Ma andiamo con ordine: si inizia con arpeggi crudi alla sei corde e un’orchestrina d’effetti sbiaditi, vento e poco altro. Il brano si ferma per poi sbocciare: il suono si accende nei termini di una produzione più limpida, la stanza si fa più grande, entrano i colori, poi un velo, una pausa, l’arrangiamento torna intimo, angelico, rinnovato. Questo Porter in disarmo, essiccato al sole, distrattamente hawaiano come sporadicamente brasiliano o africano, non s’era mai sentito prima, non così, e pure la produzione sperimenta inediti – e pur sempre precari – equilibri, tutti in sottrazione, ma a ben vedere ricchi di ogni dettaglio necessario e possibile. Le “canzoni” sono affluenti che ad ascolto concluso portano al fiume che è la traccia conclusiva, When You Left Me, una ballad errabonda blu come il cielo d’agosto. Mai banale folktronica dunque, neppure il ritorno al glo-fi e all’hypna folk o pop che sia: stiamo parlando di qualcosa che naviga ai brodi di tutto ciò, con qualcosa di personale da dire, anzi, da dipingere. Un lavoro – si sente – maturato e scremato senza fretta, un Porter’s Psychedelic Breakfast.
Sarà la varietà di punti di vista con i quali è possibile entrare nel cuore del lavoro, le variegate soluzioni al canto che si stemperano in puri arrangiamenti, quella musica da camera antigravitazionale che scarabocchia una sagoma di coerenza, le dimensioni di senso addizionali che una produzione apparentemente elementare come questa riesce ad innescare. Sarà per tutti questi motivi, ed altri ancora, che Eucalyptus si presta ad entrare – per il sottoscritto è già entrato – nell’olimpo delle produzioni del planetario Animal Collective.
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