Angel Deradoorian

Polistrumentista e cantante, irrequieta appassionata di musiche “altre”, Angel Deradoorian esordisce nel 2009 con un mini album Mind Raft pubblicato un po’ in sordina e pertanto presto accantonato per inseguire una florida carriera fatta di importanti collaborazioni, tra cui quella con i Dirty Projectors, formazione alla quale verrà spesso paragonata in termini di sensibilità e approccio libero e curioso. Sei anni più tardi, nel 2015, quella cifra stilistica trova nuove quadre e orizzonti grazie a un esordio discografico a lungo meditato – The Expanding Flower Planet – sospeso tra pop e ricercatezza, sperimentazione e accessibilità, la Björk degli esordi e il drumming liquido Jaki Liebezeit, in grado cioé di condensare tutte le anime della versatile musicista e di proporre all’ascoltatore un viaggio spazio-temporale mai privo di sorprese e inattese variazioni su un canone in continua ridefinizione e rimodulazione.

Nata in California, nei dintorni di Sacramento, nel 1986 da una famiglia di origine armena, Angel Deradoorian – cognome che sta a significare “son of the priest” e che spesso alle elementari veniva storpiato in “dera-dorito”, come ricorda in una datata intervista l’artista stessa – reitera quella tradizione da clash culturale sempre pronta a iniettare, nel mondo del pop come in quello della sperimentazione, linfa nuova e potente.

Fin da giovane inserita in un contesto musicale coinvolgente e stimolante – studia violino e pianoforte, lascia il college per studiare musica, comincia il pellegrinaggio formativo nei dintorni di Berkley, si muove come cantante e polistrumentista spostandosi infine verso Brooklyn appena maggiorenne – Deradoorian è stata parte integrante dei Dirty Projectors di David Longstreth dal 2007 fino al 2012, contribuendo alla nascita di dischi come Bitte Orca. Lasciato il collettivo americano, la Deradoorian ha poi unito le forze (anche sentimentalmente, dicono i più informati) con Dave Portner a.k.a. Avey Tare degli Animal Collective negli Avey Tare’s Slasher Flicks, unione che ha portato all’unico disco rilasciato finora – Enter The Slasher House, uscito nel 2014 per Domino – nato dal trio completato da Jeremy Hyman dei Ponytail dietro le pelli e definito in sede di recensione come una “sorta di concept di pop psichedelico da horror movie” che parrebbe trovare “una via all’ipnagogico risolvendosi in un pop-rock artificiale e modaiolo, prendendo i due aggettivi senza connotazioni”. Ennesima dimostrazione delle potenzialità espressive della Deradoorian, se è vero che a quell’altezza temporale, coinvolta nell’iperattivo brulicare musicale (non solo) underground di New York, aveva già collaborato (o lo avrebbe fatto di lì a poco), più o meno occasionalmente, spesso come cantante ma anche come strumentista, con The Roots, Phosphorescent, Vampire Weekend, Prefuse 73, Matmos e moltissimi altri.

Non paga di questa iper-attività, già nel 2009 la Nostra aveva fatto il suo esordio in solo col mini-album Mind Raft per Lovepump United. Un lavoro magari non maturo, per certi versi abbozzato nel suo non offrire mai una direzione ben definita, ma in grado di mostrare alcune sfaccettature dello spettro musicale dell’autrice. In Mind Raft si trova molta farina del sacco della Deradoorian e poco dell’art-rock con cui trafficava nella allora band madre. Dopotutto, è Deradoorian stessa a porre dei paletti quando spiega come il suo lavoro in solo fosse “much more introverted and elongated experience while working in a band”. Atmosfere umbratili e quasi gotiche, una totale libertà di fluttuare tra stati d’animo differenti grazie soprattutto alla sua voce versatile, il retaggio delle origini lontane fanno di Mind Raft un ottimo mini-album che “tratteggia paesaggi a metà tra sognanti panorami 4AD e minimalismo Heavenly Voices struggente e accorato, dimensione panica e folk da immaginario fantasy, con una particolare inclinazione per malinconia e crepuscolari tensioni”, come si diceva in sede di recensione.

Uno iato di cinque anni da quell’esordio aveva fatto pensare ad un abbandono della sigla con la quale l’artista si cimentava in solo, nonostante le citate collaborazioni – vi si aggiunge nel 2013 il featuring vocale su Ordinary Love degli U2 e l’anno successivo la collaborazione con Flying Lotus per Siren Song, contenuta nell’album You’re Dead! – e un trasferimento nella natia West Coast, lontano dalla tentacolare e arty Brooklyn. L’arrivo quasi improvviso di The Expanding Flower Planet, edito da Anticon nell’agosto del 2015, evidenzia invece come l’artista si sia focalizzata su questo esordio lungo, al quale ha dichiarato di aver lavorato senza soste dal 2011 («I didn’t start writing this record until two years after Mind Raft came out because I was just working with Dirty Projectors so much», dichiara in merito ad Interview Magazine).

Liberatasi dall’ingombrante presenza della Grande Mela, Deradoorian sembra aver avuto modo di mettere a frutto le esperienze precedenti riuscendo a calibrare le proprie forze e finalizzandole in un album che è “totalmente” suo. Le intuizioni del mini d’esordio vengono infatti riprese e allargate in un caleidoscopio sonoro meno oscuro e malinconico, più aperto a influenze e input tra i più disparati, sonori e non. Un lavoro che, al tempo stesso, nelle parole della press release, rappresenta «un album, una canzone, un ideale cosmico, una forma di espansione psichica», una definizione che centra in pieno il cuore della questione: The Expanding Flower Planet – impreziosito da una  immagine di copertina da trip, disegnata appositamente per lei da Daniel Higgs (già Lungfish e con una notevolissima carriera in solo), con evidenti rimandi alla distorsione percettiva di matrice psichedelica e al bizzarro “Codex Seraphinianus” dell’italiano Luigi Serafini – è un concentrato stratificato di tempi e luoghi, suoni e sensazioni diverse affrontate con curiosità e naïveté, pretenziosità priva di presunzione, capacità di sintesi e visione d’insieme. Dentro vi si ritrova il krautrock e l’approccio “lo studio come uno strumento” elaborato dai Radiohead, Kate Bush e l’elettronica pop-sperimentale, le tradizioni arcaiche del vicino e lontano Oriente e una personale visione del prog, tanto che, come si dice in sede di recensione, il lavoro «conferma come la lunga gestazione sia servita a disegnare un mondo sonoro fatato e sognante, in cui convivono elementi appartenenti a mondi distanti e in apparenza in contrasto. Tutti piegati ad una forma di pop altamente evocativa e, insieme, ricercata e sperimentale».

Non a caso si è parlato della musica di Deradoorian come di una sorta di “cubismo pop” in cui le strutture frastagliate si uniscono con melodie vocali memorabili ed altamente evocative. The Expanding Planet Flower racchiude infiniti mondi da scoprire e svelare ad ogni ascolto dunque, tra la prima Björk e le tessiture ritmiche dei Can, le polifonie vocali del vicino e lontano Oriente o del passato europeo à la Extra Life o la psichedelia docile e sognante dei 60s, i rimandi ad una particolare forma imbastardita di prog come poteva intenderla il Robert Wyatt in solo, le tradizioni armene e tanto altro ancora.

Amazon
Discografia
News
Articoli