Recensioni

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Mentre parte della stampa specializzata sta, giustamente, lodando Beyondless degli Iceage (quarto centro su quattro, anche se forse il migliore rimane Plowing Into the Field of Love), ci permettiamo di porre velocemente i riflettori su una band che, pur potendo vantare uno stile e una capacità compositiva non troppo dissimile, fino ad oggi ha sempre vissuto nell’ombra: i Bambara, trio guidato dai gemelli Reid Bateh (voce e chitarra) e Blaze Bateh (batteria) recentemente di supporto ad Angus Andrew nell’ultima incarnazione dei Liars. A dire la verità, nell’ombra (e più in generale nell’oscurità) i Bambara sembrano parecchio a proprio agio, dato che fin dai primissimi lavori (risalenti al 2010) c’è sempre stato pochissimo spazio per la luce. Come dimostra anche l’ultima fatica, intitolata non a caso Shadow on Everything, immergersi nell’universo della band è come entrare in un tombino di una qualche metropoli (magari New York, dove sono attualmente di casa) di notte, lontani anche da quelle poche luci al neon rimaste in superficie.

Per quanto – sotto alcuni aspetti – possa suonare urbano, Shadow On Everything è in realtà una epopea noir-western con tutti i crismi del caso: sangue ovunque, cervi, vecchie Cadillac su desolate strade (perdute), locali malfamati, ragazzi che si fanno di meth tra i boschi, anime maledette e motel. Per intenderci, siamo cavallo tra l’immaginario caro a David Lynch (Fire Walk with Me, in primis) e il gusto gore di Tarantino. I testi poetici e vividi di Reid Bateh diventano difatti cinematici nel loro ruotare costantemente attorno agli stessi luoghi (un fantomatico bar chiamato Red Tide), personaggi (Elsa, Jack, Josè) e tematiche, andando a plasmare quello che è a tutti gli effetti un concept con tracce collegate tra di loro: in Dark Circles, ad esempio, recita «buying meth from the Doe Eyed Girl» e Doe-Eyed Girl è il titolo della traccia successiva, o ancora in Sunbleached Skulls il passaggio «In the space between your teeth there’s a doorway to the desert» fa da ponte con il brano The Door Between Her Teeth. Baciato da un timbro vocale che non può non ricordare quello di Nick Cave, Reid narra (con fare tenebroso e con un’irruenza che talvolta tende a deformare le parole) di scene laceranti e sinistre («She is sleeping on a blue towel on the sand. In the foam, dead jellyfish and crushed beer cans. Sucking flies into the mouth. Breathe them out just to suck them back in again» in Sunbleached Skulls) che non fanno che rimarcare il mood generale del disco («Shadows just seem darker these days» in José Tries to Leave).

Musicalmente, oltre a rendere tributo al già citato Nick Cave (rintracciabile sia nella veste solista che in formato Birthday Party), i Bambara fanno proprio il blues più fumoso tagliandolo con angolazioni art post-punk (ad altezza Crime & the City Solution) e abrasioni noise, senza rinunciare ad inflessioni di volta in volta psychobilly, cowpunk, dark-americana e goth-country (come dei Gun Club rivisiti dai Wovenhand) che, chiaramente, ben si sposano al contesto in cui si snoda la trama (onirica e tutt’altro che chiara) di Shadow On Everything. Spazio anche per una evocativa ballad intitolata Backyard con il contributo vocale di Lyzi Wakefield che sublima nel ritornello «I will pretend that you’re dead. And I’ll take what you left in my head» (che, a conti fatti, suona un po’ una novella «They call me The Wild Rose But my name was Elisa Day»). Un lavoro decisamente a fuoco, ispirato nelle intenzioni ed intenso nel risultato.

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