Recensioni

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Mirrored è stato una vera botta. Un disco inaspettato, in grado di far convivere math rock, avant pop e loop(tronica). È arrivato al momento giusto, in un periodo storico in cui il revival post punk aveva ceduto il passo a produzioni più indie ed elettroniche. Quel disco ne aveva rappresentato un’avanguardia prismatica e complessa, eppure mossa dal senso del gioco e con una sua innata potabilità. In seguito, l’inaspettata uscita dell’elemento più instabile del combo – Tyondai Adaien Braxton – ne disinnescò la carica dionisiaca, ponendo comunque le basi per un doppio binario: una evoluzione sulla falsariga dei grandi act elettronici degli anni ’90 – produzione al servizio di creatività esterne al canto e alla performance e viceversa – e la restrizione nelle maglie di un power math trio comunque avvincente e originale.

Con la seconda prova Gloss Drop la band imboccò la prima strada ingranando la marcia dei featurer e dell’art pop, portandosi a casa un disco riuscito che convinse anche molti di quelli che già sulla carta pativano la mancanza del John Lennon dei quattro. La Di Da Di scelse invece il secondo percorso, come a ribadire che il progetto si reggeva bene in complessità, ironia e potenza, anche senza aiuti esterni. Così, con tre album all’attivo, con o senza megaschermi in cui proiettare ospiti virtuali, i Battles, già a metà del decennio, dimostravano al mondo di aver le spalle larghe, di poter vantare una compiuta maturità artistica, di godersi la consapevolezza di un brand al riparo dalle mode, conquistato con il sudore e la fatica di estenuanti tour e notti passate in studio a registrare.

Bravi i Battles e siamo sempre tutti d’accordo a dirne un gran bene, eppure altrettanto facilmente ci comportiamo come se questa band non fosse mai esistita. Come splendida reinvenzione del combo math rock, la formazione ha barattato l’assenza di baricentro con uno stroboscopico carillon fatto di cangianti incastri, una bestia fatta di carne e circuiti che di volta in volta si consumava nel presente in cui operava. Può essere una spiegazione, ad ogni nuova corsa i Battles sono stati risucchiati nel loro stesso abbacinante moto cinetico, sorte che li investe ancor più oggi che, ridotti a duo, riaccolgono nuovi ospiti ma mettendo bene in chiaro chi tira le fila.

La loro quarta miscela arriva sul finale degli anni ’10, a oltre un decennio di distanza dal primo iPhone, la cui uscita coincise con il loro debutto e, grossomodo con il periodo di massima freschezza di Animal Collective, Dirty Projectors, Tune-Yards e Of Montreal. Aspetti liminari di un disco che a detta loro è un ritorno a casa, in quella New York che riavvolge il nastro almeno a uno dei suoi ospiti, al divino Sal Principato dei Liquid Liquid. Eppure Juice B Crypts, in questo mimare un presente apolide, iper-connesso e hi-tech, non abita in nessun luogo, è un caleidoscopio senza capo né coda incollato per scintillanti brandelli di musica esplosa e bozzoli latin soul (Xenia Rubinos) così come rap (Shabazz Palaces), world (Tune-Yards) e psych (落差草原 WWWW ). I Battles sono la indie band accaduta dopo il big bang digitale che pensa prog (hey…c’è Jon Anderson degli Yes) e agisce in loop, un blob traslucido che non abita l’oggi della protesta politica, non parla di climate change e non campiona Greta Thunberg, ovvero non si pone su un piano altro ma, anzi, rappresenta lo stato delle cose, esasperandolo, con un filo di sarcasmo che a dire il vero s’è consumato nel processo.

Splendidi accessori alla contemporaneità e pertanto non necessari, i Battles rappresentano un presente che ci seduce e deprime allo stesso tempo con continue scosse d’anestetica euforia. È un aspetto con il quale fare i conti quando ascoltiamo musica fatta così. E ancora, i Battles come sirena sullo scoglio, un vizio che non vogliamo toglierci.

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