• Ott
    01
    1980

Classic

Beggars Banquet, 4AD

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Prima delle riunioni di rito che hanno portato al live Gotham e al deludente Go Away White, la parabola artistica dei Bauhaus coincideva pressappoco con il periodo storico più autentico della new wave. Dagli esordi nel 1978 allo scioglimento nel 1983, il gruppo di Northampton ha prodotto quattro album e alcuni singoli importanti, oggi raccolti in un unico boxset per la gioia dei neofiti completisti che vogliono più o meno tutto in un colpo solo. Tra le pagine più belle del quartetto assurto a simbolo della scena gothic è da considerare sicuramente il primo 33 giri, un gioiello ancora grezzo e per questo più energico e vibrante rispetto ai lavori successivi.  

Per spiegarlo occorre fare un passo indietro. Quando i Bauhaus non erano ancora i Bauhaus ma fratelli, amici e compagni di scuola, li accomunava la passione per il glam rock. Peter Murphy adorava Bowie e i fratelli David J e Kevin Haskins passavano ore a provare cover di T-Rex e Gary Glitter; artisti a cui la stessa band avrebbe reso omaggio con le cover di Ziggy Stardust e Telegram Sam. Il retaggio glam virato in un bianco e nero espressionista non poneva le basi solo per l’estetica dei primi Bauhaus ma ne spiega il feedback immediato presso il popolo nerovestito che dal trucco, dalle luci, dalle pose e dai testi del quartetto prenderà l’ispirazione per auto-determinarsi. Come ha detto Peter Murphy: «C’erano delle band che in seguito sono state identificate con un movimento chiamato gothic rock. Ma a quel tempo eravamo semplicemente gente che ci si è ritrovata dentro. Facevamo un casino bellissimo e vivevamo le nostre fantasie di… qualsiasi cosa».

Una di questa fantasie riguardava l’attore di origine ungherese che intrepretò Dracula in un film del 1931. Due anni e mezzo prima che aprisse il Batcave, la culla del movimento goth (o dark, come si chiama qui in Italia), il 45 giri Bela Lugosi’s Dead ne diventava, volente o nolente, il manifesto. Il lato A dura ben nove minuti ed è una sceneggiatura dell’orrore tradotta in musica; le figure inquietanti della batteria, il riff sepolcrale di tre note di basso e il geniale arrangiamento di chitarra di Daniel Ash, un capriccio di scricchiolii orrifici, chop strokes e arpeggi perforanti, tradiscono curiosi influssi reggae e dub nell’incedere sinistro di un brano che Murphy canta con voce da oltretomba. Il rock non era nuovo ad atmosfere horror; vero è che rispetto a Black Sabbath, Alice Cooper o Cramps, i Bauhaus aggiungevano una patina di serietà intellettuale mitteleuropea: in copertina e sul retro comparivano due fotogrammi del Gabinetto del Dottor Caligari, caposaldo del cinema muto espressionista, e lo stesso nome della band rimandava alla cultura della Repubblica di Weimar.

L’album rinuncia a quel brano trainante, lasciato per gratitudine alla Small Wonder, e si incaponisce felicemente in un hard punk teatrale e melodrammatico dai tratti però assolutamente moderni, in sintonia con il post-punk claustrofobico di Banshees e Joy Division, la death disco dei PIL, le contaminazioni elettroniche dei Killing Joke, il sound apocalittico dei Birthday Party e molta della new musick che in quegli anni cambia il volto del rock: la pesantezza rumorosa di Double Dare, la ritmica nervosa e la chitarra vetrificata della title-track, il funk al cerone di Dive, gli effetti elettronici di The Spy in the Cab, i tom-tom tribali di St. Vitus Dance sono lì a dimostrarlo. È qui che la sensibilità protodark diventa un marchio impresso sulla scena (marchio che presto si trasformerà in cliché per mano altrui), e la musica di In the Flat Field – meno elegante di Mask, meno raffinato di The Sky’s Gone Out – definisce l’archetipo di un genere, di un look e, perché no, anche di uno stile di vita.

19 Gennaio 2014
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