• Mag
    11
    2018

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Sub Pop

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Ascoltare un nuovo disco dei Beach House significa arrivare a recensirlo, per chi scrive, con pronta in canna una bella dose di “Che palle!”. È una triste verità, legata alla formula del duo (un pop sognante, emotivo e lento) e al fatto che, dopo quattordici anni, questa proposta dovrebbe seguire il suo naturale corso, quello intrapreso da molte altre: andare a finire in una soffitta della memoria, travolta dalle mode, dalle cose nuove che escono ogni giorno, più muscolari, più egocentriche. Quei “Che palle!” restano però, appunto, in canna. Perché la cosa incredibile è che i Beach House non riescono a sbagliare un disco, vittime dell’incapacità di scrivere brani meno che buoni. La loro musica scorre sulle spalle di un partner nudo, seduto ai piedi del letto, abbandonato e visto da dietro. In tempi in cui occorre essere presenti ovunque, i Beach House vivono in una dimensione fatta di discrezione, come se volessero privarsi dell’essere qui e ora, per lasciare scorrere le note nell’aria. Potremmo parlare del contesto da cui provengono, quel revival shoegaze e dream pop che negli ultimi dieci anni ci ha regalato ottimi dischi, ma con loro questo assunto di partenza non vale. Potremmo tacciarli di nostalgia per il passato, ma sembra quasi un insulto mettere dell’intelletto su una musica che è fatta di solo cuore. Un insulto ancora più grande è pensare alla retromania, quando qui non esiste il tempo. I Beach House sono fuori da questo, e di quante band di oggi potremmo dirlo?

7 esce per Bella Union e vede il duo impegnato a registrare solo quando ispirato, forse per preservare la propria maestria nel songwriting, rispettando questa capacità e centellinandola come fosse un tesoro. Ad aiutare c’è Sonic Boom, che della stagione shoegaze e psych-pop britannica è stato uno dei protagonisti con gli Spacemen 3. Comincia con la batteria quasi inviperita (per i loro standard) di Dark Spring, affidata, come in tutto il disco, al sodale touring member James Barone, una cascata sonora che unisce tastiere e chitarre, con le voci avvolte in un coro in apnea. Un’ipnosi pop che poi sfocia in distorsioni quasi Ride: un deciso cambio di passo rispetto alla svenevolezza elegante degli ultimi dischi. Un incipit non male, seguito da Pay No Mind, con il dream pop dei Cocteau Twins irrobustito nel suono ma gentile nel porgersi della voce. Nonostante alcuni brani meno memorabili (Lemon Grow, L’Inconnue), Victoria Legrand e Alex Scally riescono comunque a piazzare l’emotività, un tempo raccolta ora più ariosa, nella scaletta: in questo, un esempio è il ritornello di Drunk in LA, che testimonia di un disco che vive tra il passato esile del gruppo e una nuova via, più possente ed elettrica e forse sexy. Forse, assieme ai primi due pezzi, il vero brano da ricordare è Lose Your Smile, sorta di marcia in cui chitarra e batteria viaggiano assieme verso una terra fatta di rimorsi e sogni, in un leggero crescendo emozionale.

Il duo chiude un disco che vive di molti alti (ma non sappiamo ancora quanto alti, dentro un canzoniere, quello del duo, così ricco di perle) e pochi bassi con i sette minuti di The Last Ride, inizio da marcetta pianistica che poi si trasforma in impasto celeste ed epico quasi Jesus & Mary Chain altezza Darklands nella batteria e avvolto in una scorza psichedelica à la Spiritualized (che sono la band dell’altro ex spaceman, Jason Pierce). Bella chiusa per un disco che magari non sarà ricordato come un capolavoro ma certo come un tentativo riuscito di non farsi trascinare nelle secche creative. Anche perché questi due i pezzi sanno scriverli, poche storie, nonostante il tempo che passa.

11 Maggio 2018
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