• Ott
    16
    2015

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Bella Union

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Traditi dall’informatica, ma la sorpresa è stata ugualmente grande e il risultato comunque ottenuto; questo, in sintesi estrema, il riassunto della vicenda promozionale. I Beach House si sono fatti scappare online anzitempo la pagina web che doveva presentare – a sorpresa – il loro nuovo album e, nel giro di minuti, un utente Reddit aveva già fatto screenshot e postato commenti sul popolare (almeno negli USA) social network, raccontando quello che sulle prime è sembrato a tutti il classico album di b-side e outtake. Come timing sulla carriera, ci poteva anche stare, lecito pensarlo in questo modo, e la scelta calzava anche in rapporto al precedente Depression Cherry, il quinto album prodotto e registrato dalla band assieme a Chris Coady nello Studio In The Country di Bogalusa, in Louisiana, tra novembre dello scorso anno e gennaio di quest’anno.

In verità le cose stavano in maniera diversa e, con la fuga di notizie che montava sui social, Victoria Legrand e Alex Scally hanno, in breve tempo, vuotato il sacco e smontato le congetture: dopo il disco che aveva segnato un ritorno alla semplicità e all’intimità delle origini pubblicato a fine agosto, il 16 ottobre la coppia avrebbe fatto uscire un album scritto di filata a quello, organizzato a livello di arrangiamenti a partire dai testi (da qui la scelta di pubblicarli sul sito – dattilografati – assieme alla promozione) e pensato come opera a sé. Niente b-side dunque, ma un qualcosa che è «difficile da spiegare», racconta il duo nella press release, ma che proprio per una sorta di scelta politica doveva uscire così, al netto di Reddit, perché «entrasse nel mondo ed esistesse».

Il disco esce per tutti, stampa e pubblico, nella data stabilita, con Pitchfork che pubblica il giorno stesso la recensione di rito. Lo dice prima degli altri, e ciò che afferma ha senso a proposito di un album altrettanto essenziale quanto il precedente ma più scuro e fors’anche più “ritorno-alle-origini” di quanto non lo fosse Depression Cherry. Trainati dalla chitarra di Scally (anche con inedita distorsione in Elegy To The Void) o dall’organo della Legrand (che torna spesso, accompagnato dalla drum machine, alla produzione lo-fi del primo disco), i brani in scaletta scorrono come un torrente al chiaro di luna lungo 40 incantevoli minuti con emersioni elegiache a fine scaletta (Rough Song). Manca una Space Song, forse il brano più indovinato del disco precedente, ma sono questioni soggettive (qui c’è She’s So Lovely); ciò che conta è il mood complessivo, le sue fondanti sfumature, la scala dei grigi, la polvere che si alza sul davanzale, la luce che entra dalle tende di velluto, tutti particolari immaginari-reali – vedete voi – che chi ama David Lynch conosce bene.

Soprattutto, ciò che più conta è sottolineare che i più e i meno, i chi prima e i chi dopo, non hanno alcun significato rispetto alla magia senza tempo che i Beach House sono ancora in grado di evocare con poco, pochissimo: un luogo onirico particolare, una stanza abitata da quel misto tra dream pop e wave che trova nel solco di 4AD, ma anche negli Opal, la propria casa, ma che ha acquistato fin da subito vita e spazi autonomi, ancor prima della firma per Sub Pop. A memoria, soltanto i Low sono riusciti a dire così poco e così bene negli ultimi 15 anni (e continuano a farlo), e proprio come loro, come la migliore Julee Cruise, ascoltare i Beach House è sempre un déjà-vu, un vizio di sognare che non vogliamo toglierci (e nemmeno loro).

19 Ottobre 2015
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