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Ideata e prodotta da Beau Willimon, House of Cards è stata la prima serie in assoluto a essere distribuita da Netflix, e per questo va considerata come un’importante apripista per il contemporaneo mondo dello streaming, quello del cosiddetto “watch instantly”. Un discorso che vale soprattutto per il pubblico statunitense perché nel 2013 Netflix non era ancora accessibile in Italia, dove invece la serie è stata trasmessa su Sky in maniera tradizionale, al ritmo del canonico episodio a settimana. La sanguinolenta e shakespeariana ascesa politica di Frank Underwood (Kevin Spacey) e della consorte Claire (Robin Wright) si è imposta nell’immaginario collettivo non solo per la sua grande capacità di rivolgere il proprio ambiguo e inquietante sguardo verso il reale presente, simboleggiato dall’ironica scelta di interpellare direttamente lo spettatore attraverso i flussi di coscienza che entrambi i protagonisti rivolgono alla camera, ma anche per esser diventato un archetipo produttivo per il nuovo modo di concepire una serie televisiva. Due i fattori determinanti: fino alla quinta stagione il produttore esecutivo è stato il suo protagonista principale, il che dimostra quindi un profondo e appassionato coinvolgimento, e le prime due puntate della primissima stagione sono state dirette da David Fincher, il quale ha il merito di avergli donato un peculiare tono registico che verrà rispettato fino ai giorni nostri (dal ricorrente Joel Schumacher fino a Jodie Foster e alla stessa Wright). Legando la serie a moltissimi volti noti dell’industria hollywoodiana, sia nell’apparato tecnico che in quello attoriale, House of Cards è stato uno dei primi esperimenti del nuovo millennio che ha fatto confluire quel sapore artigianale di Hollywood all’interno di opere destinate ad una fruizione casalinga, donando loro un aspetto che potremmo definire banalmente “cinematografico” (l’anno successivo al suo esordio, su HBO ci sarebbe stata anche la rivoluzione della prima stagione di True Detective).

Pur non volendolo, nell’analisi della sua sesta e ultima stagione non si può prescindere dal considerare le travolgenti conseguenze del licenziamento di Kevin Spacey. Dopo le accuse di molestie sessuali e la nascita del movimento #metoo, l’attore è stato radiato da qualsiasi progetto targato Netflix e, nello stesso periodo, è stato anche cancellato dall’ultimo film di Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo; al termine dell’anno scorso l’attore ha subito una vera e propria damnatio memoriae da cui difficilmente potrà risollevarsi. Mentre per il film di Scott la dannazione si è dimostrata oggettivamente più semplice (è stato Christopher Plummer a sostituirsi a Spacey per il personaggio di Getty), per House of Cards le cose si sono rivelate molto più complicate: la sfida più grande era giustificare nei minimi dettagli l’assenza del mastro burattinaio Frank Underwood, il serpentino artefice di tutti gli sconvolgenti intrighi che si sono susseguiti nel corso degli anni all’interno delle inaccessibili mura della Casa Bianca. Come è stato sottolineato in molte interviste al cast, l’idea creativa posta alla base di questa sesta stagione è stata quella di mantenere il più possibile inalterata la continuity con il finale della precedente. Negli episodi finali della quinta stagione Frank era riuscito a vincere (non così onestamente) le elezioni contro il candidato repubblicano Conway (Joel Kinnaman). Nel mentre però, il giornalista del Washington Herald, Tom Hammerschidt (Boris McGiver), aveva cominciato a pubblicare articoli su tutti i crimini di cui Frank si era macchiato nel corso degli anni, con particolare attenzione all’assassinio della giovane collega Zoe Barnes (Kate Mara). Per questo motivo, guidato dal deputato Romero (James Martinez), il Comitato giudiziario della Camera aveva iniziato le proprie indagini per arrivare ad un caso di impeachment. Dopo i vani tentativi di sviare l’attenzione pubblica sullo stato d’accusa attraverso l’annuncio di una possibile guerra al terrorismo perpetrato dall’ICO (un corrispettivo dell’esistente ISIS), Frank aveva deciso di dimettersi dalla carica di Presidente, lasciando la poltrona a Claire (nel frattempo diventata vice presidente), e di far sì che il suo assistente Doug (Michael Kelly) si prendesse la colpa dei crimini più sanguinosi. Il motivo di tale scelta risiedeva nella convinzione che il vero potere non si trovi all’interno della Casa Bianca ma al suo esterno, memore dell’esperienza con il petroliere miliardario Raymond Tusk (Gerald McRaney), il quale aveva influenzato l’ex presidente Walker (Michael Gill) sulla decisione di non dare a Frank il posto di Segretario di Stato nella lontana prima stagione (e questo era stato il motivo scatenante della sua scalata verso la Presidenza). Il problema principale però si è dimostrato essere la stessa Claire, non più intenzionata a seguire incondizionatamente il marito.

L’iconica battuta finale di Claire nella quinta stagione, «My turn», è stata innalzata a leitmotiv di quest’ultima stagione, che inizia cento giorni dopo la sua elezione ufficiale alla Presidenza degli Stati Uniti. In questo enorme salto temporale, che non ha precedenti in tutta la serie, si scopre che Frank è morto, facendoci intanto credere che tale morte sia stata causata naturalmente (dai problemi di cuore alle complicazioni dovute al tentato assassinio nella quarta stagione); solo che, quando si tratta di Frank, “la morte non è solo morte”. Così, le otto puntate che chiudono questo intricato cerchio narrativo sono state pensate in un’accezione più thriller che politica. Non allontanandosi completamente dalla sua fonte d’ispirazione primaria, quel cinema della paranoia e del complotto inaugurato negli anni Settanta sotto la presidenza di Nixon (rappresentato da capolavori come Tutti gli uomini del presidente e La conversazione), l’ultima stagione di House of Cards si concentra maggiormente sullo svelamento del mistero che sta dietro alla scomparsa di Frank Underwood, personaggio troppo rilevante per essere accantonato in poche battute. Mentre il gioco politico è stato centellinato in pochi episodi (dimenticatevi i rocamboleschi sotterfugi per l’approvazioni di leggi, per le scelte di cariche istituzionali e per gli accantonamenti delle regole costituzionali), ad emergere soprattutto è la pesante eredità di Frank (e di Spacey) con cui tutti i personaggi, sia quelli nuovi che quelli abituali, devono fare i conti. Per questo, è significativa la frase che l’ex-segretario di Stato della presidenza Underwood, Catherine Durant (Jayne Atkinson), rivolge a Claire: «Sento ancora la sua mano dietro la mia schiena». Lei, che nella stagione precedente è stata buttata giù dalle scale da Frank (per impedire la sua testimonianza al Comitato Giudiziario per l’impeachment), è diventata un esempio di cosa significhi aver subito una molestia o una violenza nel mondo del lavoro. Il brivido di terrore che prova questo essenziale personaggio si è trasfigurato in una orrorifica presenza-assenza all’interno di qualsiasi fredda e desaturata inquadratura della stagione (siamo ritornati alle sfumature celesti tipiche dell’ultima fotografia di Fincher), tutte riempite dal vuoto lasciato dall’iconico protagonista dal doppio volto Frank/Spacey: nella sua camera da letto, nella camera ovale, nelle mura della Casa Bianca, nei ricordi degli alleati e dei nemici, nelle parole scritte dei giornalisti; in tutto si sente il respiro diabolico di Frank, un cuore pulsante che muove le pedine della scacchiera anche dopo la morte.

Contemporaneamente, i creatori di House of Cards dovevano per forza di cose cancellare la memoria di Frank e del suo attore, così hanno fatto evolvere Claire in un nuovo e differente terrore che chiunque deve temere. Parafrasando una battuta della serie, il personaggio di Robin Wright compie «il passaggio definitivo da Lady Macbeth a Macbeth». Nel primo episodio, una crepa nelle pareti della stanza da letto di Frank nasconde un uccellino. Dopo averlo catturato, Claire decide di liberarlo, metaforizzando così l’inizio del suo volo verso la definitiva indipendenza. In opposizione all’incipit della prima stagione, dove Frank aveva ucciso spietatamente un cane investito da un auto, il gesto di Claire nasconde molto più orrore rispetto a quello del defunto marito. Il trionfo di Claire passa attraverso lo sguardo crudele di Robin Wright, vestita da eleganti abiti che ricordano una divisa nazista e pettinata seguendo la figura di un elmetto militare. Ogni qual volta si rivolge allo spettatore, confessando la sua ambigua verità («qualsiasi cosa vi abbia detto Frank negli ultimi anni, non credetegli»), non può che veicolare un diverso messaggio di paura, meno sarcastico di Frank (che era oggettivamente più divertente) ma non per questo meno sconvolgente. In ogni parola e gesto di Claire si nasconde qualcos’altro e lo spettatore lo capisce nonostante in più di un’occasione il personaggio sembri cedere ai colpi che le tirano tutti coloro che le stanno attorno; per esempio, vane risulteranno le mosse degli antagonisti principali di questa stagione, i miliardari fratelli Shepherd (gli inediti e straordinari Diane Lane e Greg Kinnear) con cui Frank aveva legato un rapporto una volta dimesso dalla Casa Bianca. Qualsiasi satellite che orbiti attorno a Claire e che la voglia vedere cadere è inconsciamente impaurito dalla stessa, perché rappresenta l’erigersi di un potere a loro sconosciuto e quindi non pienamente controllabile: dal mitigato presidente russo Petrov (Lars Mikkelsen) al fedele mastino Doug (Michael Kelly, vero co-protagonista della stagione), passando per il giornalista Hammerschmidt, l’ambigua mediatrice culturale Jane Davis (Patricia Clarkson) e il nuovo e doppiogiochista vice-presidente Mark Usher (Cambpell Scott).

Quando Claire decide di ridipingere i suoi appartamenti privati e di ricordare con commozione il marito in ogni evento pubblico, lo spettatore capisce che la prima presidente donna degli Stati Uniti è la madre di una Nazione che cede alle lusinghe dell’apparenza (soprattutto quella veicolata dal magmatico mondo mediale), visto che in più di un’occasione viene colpita nel suo animo più profondo: a parte la minaccia invisibile dell’ICO, è fondamentale l’episodio che parla dell’inquinamento delle acque di un’intera contea (cosa veramente accaduta negli Stati Uniti e di cui parla anche Micheal Moore nel suo ultimo Fahrenheit 11/9). Ma dietro la quotidiana maschera c’è sempre l’incubo, e non è un caso che in un episodio si veda Claire intenta a guardare il capolavoro di Roman Polanski, Rosemary’s Baby (non si vedono frame, ma è possibile riconoscere la musica dei titoli di testa); senza fare spoiler, basti sapere che la velata citazione al film di Polanski ha più di una ragione d’esistere.

Quest’anno è uscito Paura, l’ultima fatica di Bob Woodward (uno dei due giornalisti del Washington Post che hanno rivelato lo «Scandalo Watergate» negli anni Settanta) che tratta dei primi due anni della presidenza Trump; senza star troppo ad approfondire, il giornalista porta avanti la tesi secondo la quale anche l’odierna politica americana (e non solo) si basa sulla costruzione della figura di un ipotetico nemico da temere e fronteggiare: la differenza sta nel portavoce, totalmente incapace nel gestire il ruolo che ricopre (e per questo è stato fondamentale il suo capo stratega Steve Bannon). Se l’immagine di Frank Underwood era più influenzata dagli intrighi dell’epoca Nixon, quella di Claire non può che cogliere i frutti dell’odierna politica scegliendo di raffigurare NON il suo diretto rappresentante ma il suo esatto e temuto opposto (con cui però non può che condividere certi aspetti), totalmente impegnato a sconfiggere un preciso e misogino patriarcato bianco che non si appresta a svanire.

Chiudendosi nel migliore dei modi possibile, House of Cards può essere considerata una delle migliori serie a sfondo politico mai realizzate. Il fatto che nell’ultima stagione faccia i conti con il suo passato più recente (dall’eredità di Frank Underwood/Kevin Spacey alla presidenza Trump), fa capire che l’opera di Willimon ha sempre sfruttato nel corso degli anni tutto il suo migliore arsenale per parlarci dell’oggi: prima facendo maggiormente leva sull’ironica metafora e sulla grottesca finzione, poi mirando direttamente al centro dei reali problemi del suo Paese. Tutto questo non poteva realizzarsi senza i suoi pericolosi ma affascinanti personaggi, a cominciare dall’indimenticabile Kevin Spacey, che sarebbe stato impossibile sostituire. Ma, senza ombra di dubbio, la vincitrice della serie è Robin Wright, il cui personaggio verrà ricordato per il suo modo di essere tanto attuale quanto non completamente svelato (in molti si lamenteranno del finale). Claire Hale (non più Underwood) può essere considerata veramente uno specchio nel quale riflettere i movimenti sociali che scuotono gli odierni Stati Uniti. Anche se nella finzione è una sanguinosa macchina da guerra.

24 Novembre 2018
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